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INDIA
Ladakh - Zanskar
 
 
"Lassù tra quelle aride e assolate pietraie
si svolge uno strano mercato:
puoi barattare i vortici della vita
per una beatitudine senza confini."


Milarepa 
" Preghiere nel vento "

Quando non esistevano frontiere e da Leh, lungo le carovaniere dei grandi monasteri, si poteva raggiungere Lhasa, il Ladakh era considerato "l'anticamera del Tibet". Oggi la frontiera indocinese ha tagliato in due l'antico regno dei Lama, dividendo un popolo, una cultura, una religione. Conosciuto anche come il piccolo Tibet indiano, il Ladakh, il paese degli alti valichi, incuneato tra le gigantesche catene del Karakorum e dell'Himalaya, solcato da valli e gole in cui scorrono acque impetuose, è un caleidoscopio di vette, di nevi, di colori, di genti e di sperduti "gompa", gli antichi monasteri abbarbicati su irti crinali.


Giovedì 13 settembre - In una calda e soleggiata giornata estiva, raggiungiamo con Daniela e Roberto nostri abituali compagni di viaggio, l'aeroporto di Malpensa. Avendo già espletato le formalità del check-in tramite internet, ci rechiamo ai banchi della British Airways, per la sola consegna dei bagagli. Il personale di terra, ci comunica che l'aereo che doveva giungere da Londra, non è ancora partito dalla capitale inglese e pertanto per non perdere la coincidenza per Delhi verremo imbarcati su un volo Alitalia. Ci vengono ritirate le carte d'imbarco ed emessi nuovi biglietti; il volo è al completo, siamo costretti ad accomodarci negli ultimi posti disponibili sparsi qua e là per l'aereo. Giungiamo a Londra in perfetto orario; all'imbarco del nuovo volo, le carte emesse a Malpensa ci vengono nuovamente ritirate e sostituite. I posti assegnatici sono sostituiti con altri, anche in questo caso, sparsi per l'aereo. Appena a bordo contattiamo lo steward responsabile del volo, che ci riassegna i posti da noi opzionati con il check-in effettuato on-line. Alle 6 ora locale, dopo aver trascorso l'intera notte in volo, atterriamo all'aeroporto internazionale Indira Gandhi di Delhi, accolti da una fitta pioggerellina.

Venerdì 14 settembre - Ritirati i bagagli, raggiungiamo il chiosco dei taxi prepagati situato all'esterno della stazione aeroportuale; vogliamo recarci alla stazione ferroviaria di New Delhi, per cercare di acquistare i biglietti per il treno "Paschim Express" delle 11.15, diretto a Chandigarh. Come già sapevamo da una ricerca effettuata, nei giorni antecedenti la nostra partenza, sul sito internet delle ferrovie indiane, il treno è al completo. In stazione ci confermano che non verranno venduti ulteriori biglietti; i nostri numerosi tentativi presso uffici e sportelli vari sono inutili e vani. Volendo giungere a Chandigarh prima di sera, non ci rimane che raggiungere il terminal degli autobus a lunga percorrenza di Kashmiri Gate. Strada facendo, il taxista ci propone di raggiungere la capitale degli stati dell'Haryana e del Punjab, in taxi; la proposta ci interessa, al terminal iniziamo una laboriosa trattativa con alcuni taxisti di origine sikh, disposti a noleggiare le loro auto. Concludiamo con mr. Chan; legati i bagagli sul tetto della sua Tata Indica, alle 9,30 lasciamo Delhi e diamo inizio al nostro viaggio. Imbocchiamo la National Highway n.1, strada a doppia carreggiata per senso di marcia che in parte ricalca il tracciato della Grand Trunk Road, la grande strada imperiale che collegava Delhi con Lahore. E' una direttrice molto trafficata che attraversa aree rurali inframezzate da grossi centri abitati; le condizioni della strada consentono di tenere una velocità abbastanza sostenuta, che non ci esime dall'apprezzare lo sconsiderato stile di guida indiano; sorpassi sia a destra che a sinistra, marcia contromano in autostrada ed altre scelleratezze compiute suonando sempre e ripetutamente il clacson. Lungo il percorso diversi incidenti; autocarri rovesciati sulla carreggiata o contro gli alberi che fiancheggiano la strada con il carico sparso ovunque. Dopo un paio di forature e le conseguenti soste per far riparare gli pneumatici, giungiamo a Chandigarh. Ci facciamo portare nella zona centrale della città, fra il settore 17 ed il settore 22, dove sono concentrati gli hotel. Mentre Daniela e Roberto rimangono in albergo, noi ci rechiamo alla stazione degli autobus locali per avere informazioni aggiornate sugli autobus diretti a Manali.

Sabato 15 settembre - Dopo un meritato e rigenerante sonno ristoratore, il trillo della sveglia alle prime luci del giorno, ci ricorda che anche oggi ci attende una giornata molto intensa. Una rapida colazione e siamo in strada alla ricerca di un taxi. I larghi viali che caratterizzano Chandigarh, città progettata negli anni '50 da Le Corbusier su modelli urbanistici tipicamente occidentali che poco si addicono alle abitudini ed agli stili di vita locale, sono ancora deserti; fermiamo uno dei pochi motorisciò già in servizio, per raggiungere nel settore 43, alla periferia della città, la nuova stazione interstatale. Il primo autobus diurno diretto a Manali, quello dell'Haryana Roadways State Transport, è previsto per le 7,30. Con una decina di minuti di ritardo, lasciamo il terminal, per imboccare la NH 21; la strada che conduce in Himachal Pradesh. Attraversiamo campi coltivati e grossi centri abitati; a Kirtpur, dopo quasi due ore di viaggio ci fermiamo per una prima sosta. Lasciamo la pianura; dapprima dolcemente, poi con pendenze sempre più accentuate, la strada si addentra tra le montagne. Il traffico, caotico, è costituito quasi interamente da mezzi pesanti; carichi all'inverosimile, arrancano faticosamente ed il continuo susseguirsi di curve rendono problematici e pericolosi i sorpassi. Oltrepassato il valico, una discesa altrettanto ripida ci immette in un'ampia valle occupata da un vastissimo bacino artificiale. Attraversiamo Bilaspur; la campagna coltivata della parte iniziale del viaggio ha lasciato il posto a prati e boschi; la strada che a tratti costeggia il fiume Beas, è ora percorsa da autobus e da qualche rara automobile. Raggiungiamo Mandi, prima di imboccare la stretta e rocciosa gola che immette nella valle di Kullu, l'autista si concede una seconda sosta. La strada che si è sempre mantenuta ad una quota di 800-1.000 metri, riprende a salire; nell'ultimo tratto anche le condizioni del fondo stradale sono peggiorate, ora è molto più sconnesso e stretto. Dopo undici ore di viaggio giungiamo a Manali. Ci mettiamo alla ricerca di un albergo; dopo averne visionati alcuni, optiamo per lo Snow View, situato al centro della cittadina, frequentata località turistica. Ci rechiamo a cena, quindi passeggiando per the Mall, la principale e più commerciale via di Manali, ci fermiamo a parlare con un taxista con cui ci accordiamo per raggiungere Leh.

Domenica 16 settembre - Alle 5,45, Sunyl, il taxista contattato ieri sera, è all'hotel; mentre comincia ad albeggiare, lasciamo Manali. Seguendo la valle del fiume Beas affrontiamo la stretta e ripida salita che attraverso boschi di conifere sale verso il passo di Rothang-La. Oltrepassata una grossa frana che durante il periodo monsonico si è trascinata a valle una bella fetta di montagna e la strada che l'attraversava, ci fermiamo per il breakfast in una dhaba, una piccola locanda nel villaggio di Marhi. I primi raggi di sole cominciano a riscaldare i pascoli verdeggianti della conca posta a 3.400 metri d'altezza, dove sono state radunate numerose greggi per la tosatura. Riprendiamo la salita verso i 3.980 metri del passo di Rothang-La; al valico la giornata limpida e soleggiata ci permette di ammirare lo splendido panorama che abbraccia l'intera vallata fino a Manali e le cime innevate appartenenti alla regione dello Spiti. Affrontiamo la stretta discesa che con una serie infinita di tornanti precipita verso il fondovalle, oltrepassato il check-point di Koksar, raggiungiamo Thandi, dove ci immettiamo nella valle del fiume Bhaga che risaliamo fino alla principale cittadina del Lahul, Keylong. La strada alterna tratti asfaltati ad altri sterrati, numerosi sono i cantieri aperti per la manutenzione del fondo stradale messo a dura prova dai rigori invernali e dal traffico pesante. Giungiamo a Darcha, ultimo insediamento permanente e sede dell'ennesimo posto di controllo. Qui ha inizio la lunga salita, verso il passo di Baralacha, (4.892 metri). I panorami che ammiriamo sono fantastici; poco prima di Sarchu, pinnacoli rocciosi frutto dello spettacolare lavoro di erosione di acqua e vento, svettano lungo le rive del fiume Tsarap. Superato il passo di Lachalang, che dall'alto dei suoi 5.065 metri segna l'ingresso in Ladakh, affrontiamo la ripidissima discesa sterrata che porta alla spettacolare gola di Pang. Il sole è ormai tramontato, quando arriviamo al campo tendato allestito a 4.630 metri d'altezza, con grosse tende che fungono da ristorante e rifugio per la notte; è gestito da tibetani che al termine della stagione estiva, alla chiusura dei passi fanno ritorno a Leh.

Lunedì 17 settembre - Dopo una notte insonne per la quota elevata ed il gran freddo (all'interno della tenda la temperatura è scesa a 2,7°) attendiamo con impazienza i primi raggi di sole per riscaldarci. Le pozze d'acqua vicine alla tendopoli che sorge sulle rive sassose del fiume, sono gelate, ed anche la nostra auto, una Chevrolet Tavera, è ricoperta da una leggera patina di ghiaccio. Alle 9, ci rimettiamo in viaggio; costeggiando il fiume raggiungiamo la vasta e desertica piana di Morey. La strada, nuovamente asfaltata, sale progressivamente verso il passo di Taglang-La che con i suoi 5.360 metri è il secondo passo carrozzabile più alto al mondo; di fronte ai nostri occhi lo spettacolo offerto dalle vette che ancora ci separano dal Ladakh. Affrontiamo l'interminabile salita districandoci fra lunghe file di autocarri; al passo, accolti da un vento tagliente, ci fermiamo per ammirare il panorama accompagnati dallo sventolio delle lung-ta, le bandierine delle preghiere che garriscono nel cielo blu. Ci rimettiamo in viaggio; scendiamo, perdendo rapidamente quota. Lungo la discesa vediamo alcuni esemplari di Ibex Asiaticus, una grossa capra selvatica, simile per costituzione allo stambecco, con lunghe corna ricurve, che avevamo già avvistato nella giornata di ieri, mentre salivamo verso il passo di Lachalang. La valle è diventata più ampia ed ha cambiato morfologia, i fianchi delle montagne sono ora striati di rocce rosse e brune. Cominciano ad apparire i primi chorten; siamo a Rumtse, primo insediamento ladakho; in pochi minuti giungiamo ad Upshi, il primo villaggio della valle dell'Indo. Una quarantina di chilometri ci separano da Leh; lungo la strada un continuo susseguirsi di caserme, depositi e campi militari che contrastano con i complessi storici e religiosi di Thiksey, Stakna e Shey. A metà pomeriggio siamo nel capoluogo ladakho; depositati i bagagli in albergo, usciamo per una prima presa di contatto con la città. Passeggiamo per il centro di Leh; al Soma Gompa, tempio buddista ricostruito recentemente, incontriamo alcune donne che indossano oltre agli abiti tradizionali anche il kantop, tipico copricapo in feltro e seta, di forma cilindrica con un largo risvolto che sui lati crea caratteristiche orecchie appuntite.

Martedì 18 settembre - Ci concediamo qualche ora di sonno in più e solo alle 9,30 lasciamo la guesthouse in cui alloggiamo, nel quartiere di Changspa, a circa quindici minuti di cammino dal centro, per scendere in città. Per favorire l'acclimatamento alla quota trascorriamo la giornata, passeggiando tranquillamente per la città vecchia, un labirinto di vicoli e vecchie case ai piedi di Namgyal Hill, la collina su cui sorge il Palazzo Reale, residenza dei re ladakhi fino al 1830 ed attualmente in fase di restauro, che con i suoi nove piani domina la città. Alle 11 raggiungiamo gli uffici della Ladakh Voyages; abbiamo appuntamento con Tapo, per approfondire e discutere, dopo i contatti avuti tramite e-mail, i particolari del viaggio in Zanskar, Rupshu e Nubra Valley. Presi gli ultimi accordi, ritorniamo nei vicoli della vecchia Leh e faticosamente ci arrampichiamo al Guru Rimpoche Lhakang, piccolo gompa costituito da un'unica sala ed al vecchio Palazzo Reale. Mentre Roberto rientra in albergo, noi passeggiamo fra le bancarelle degli innumerevoli mercati tibetani, dove Adriana e Daniela provvedono ad effettuare i primi acquisti. Tutti insieme saliamo quindi al recente Shanti Stupa, che sorge su una collina rocciosa che sovrasta la nostra guesthouse per ammirare al tramonto, il grandioso panorama sulla città e sull'intera vallata. L'altitudine si fa sentire e la ripida scalinata che sale allo stupa sembra non finire mai; quando vi arriviamo il sole è ormai tramontato.

Mercoledì 19 settembre - In leggero ritardo sull'orario concordato, Tapo si presenta all'hotel con colui che sarà il nostro autista: Stanzin Phunchok, un giovane nativo dello Zanskar. Dopo aver riportato Tapo all'agenzia, lasciamo Leh; costeggiamo caserme, depositi militari e l'aeroporto, base militare utilizzata anche per i voli civili. La presenza militare in Ladakh è fortissima, numerosi sono gli insediamenti dell'esercito e dell'aereonautica lungo l'intera valle dell'Indo. Percorriamo la NH 1, stretta fettuccia d'asfalto che collega il Ladakh al Kashmir. E' un susseguirsi di cantieri stradali; lo sbancamento per l'allargamento della sede stradale, la costruzione di ponti e di canali per convogliare l'acqua che scende dai fianchi della montagna, sono eseguiti con qualche mezzo meccanico, ma soprattutto manualmente da decine e decine di persone di entrambi i sessi provenienti dagli stati più poveri dell'India. Facciamo una prima sosta nei pressi di Nimmu, dove in un miscelarsi di tonalità cromatiche differenti, le acque del fiume Zanskar confluiscono nell'Indo. Dopo tre ore di viaggio, giungiamo a Khalsi. Mentre Phunchok si concede una pausa, passeggiamo per il villaggio; le botteghe che si affacciano sulla strada sono affollate di donne intente a fare acquisti in attesa di un mezzo che le riporti al villaggio. Fra di esse, una che ha lunghi nastri colorati che le adornano i capelli ed è la più restia a farsi avvicinare, spicca in modo particolare; appartiene all'etnia dei Dardi, gruppo indoariano che vive nella valle di Dha Hanu. Superato il check-point di Khalsi, abbandoniamo la valle dell'Indo ed imbocchiamo la nuova strada per Lamayuru. Una serie impressionante di tornanti scavati nella roccia risalgono una stretta valle laterale, la strada senza alcuna protezione è a strapiombo sul torrente che scorre nella gola; sul fondo le carcasse di autocarri civili e militari precipitati nel baratro. Oltrepassiamo Lamayuru che visiteremo al ritorno e proseguiamo verso il passo di Fotu-La che con i suoi 4.147 metri è il punto più elevato della strada che unisce Leh a Srinagar. Attraverso piccoli villaggi e campi coltivati, giungiamo a Mulbekh. Visitiamo il piccolo gompa di Chamba Lhakang che racchiude al suo interno la grande statua di Maytreya, il Buddha futuro, rappresentato in piedi con la veste drappeggiata; un bassorilievo di otto metri, scolpito nella roccia nel VI° secolo. Al tramonto siamo a Kargil, cittadina che pur facendo parte del Ladakh, è più affine per cultura e religione alla confinante regione pakistana del Baltistan. Siamo vicinissimi alla "linea di controllo", il confine stabilito nel 1972 dalle Nazioni Unite che pur rappresentando la frontiera effettiva tra India e Pakistan, mai è stata riconosciuta dalle nazioni contendenti; vorremmo fare una breve passeggiata in città, ma sia Phunchok, che il personale dell'albergo ce lo sconsigliano vivamente.

Giovedì 20 settembre - Comincia ad albeggiare, quando lasciamo Kargil. Risaliamo la valle del fiume Suru, fra campi coltivati ed alberi dalle foglie ormai gialle per l'autunno incipiente; una nota colorata che contrasta con il grigio delle montagne, brulle e spoglie, in cui la valle è incassata. Oltrepassato il check-point di Sanku, l'asfalto già molto malridotto finisce con lo sparire definitivamente; la strada in terra battuta, peggiorerà ancora fino a diventare in alcuni tratti una tortuosa pista sassosa. Ci aspettano panorami grandiosi ma il tempo non è dei migliori: è un rincorrersi di nubi e di qualche raro sprazzo d'azzurro; seppur parzialmente, riusciamo ad intravvedere, le vette gemelle del monte Nun Kun che raggiungono i 7.135 metri d'altezza. Nei pressi del villaggio di Perkutse, riusciamo invece ad ammirare lo spettacolo offerto dal ghiacciaio Kangriz, il suo fronte di crepacci, giunge a lambire le acque del fiume che scorre a fianco della strada. Incontriamo pastori con le loro piccole greggi e donne ricurve sotto il peso di enormi fascine di erbe e sterpaglie che ritornano ai loro minuscoli villaggi, contornati da cime innevate e ghiacciai che sembrano sospesi nel vuoto. Giungiamo a Rangdom, superato il check-point, attraversiamo la vasta piana alluvionale alla cui estremità sorge isolato su un rilievo il monastero omonimo; siamo all'inizio della lunga salita che ci porta ai 4.580 metri del passo Pensi-La; avvicinandoci al valico intravvediamo il ghiacciaio Durung Drung, che possiamo ammirare in tutta la sua grandezza non appena scolliniamo; una lingua di ghiaccio, lunga oltre settanta chilometri che scende a sfiorare la strada. Uno spettacolo impressionante anche per chi come noi vive ai piedi delle montagne. Strada facendo, Phunchok ci chiede il permesso di far salire in auto una donna con un bimbo, che camminando sul ciglio della pista gli ha fatto cenno di fermarsi; acconsentiamo, sorridenti prendono posto sui sedili parzialmente occupati dai bagagli nella parte posteriore della jeep. Scenderanno qualche chilometro più avanti; ad Ating, mentre aspettiamo che vengano sbrigate le pratiche all'ultimo check-point, la donna approfitterà della sosta per spidocchiare la testa al figlio. Siamo ormai nella piana di Padum, la pista migliora e nell'ultimo tratto ritorna ad essere asfaltata; alle 18, dopo dodici ore di buche, pietre e scossoni giungiamo finalmente nell'antica capitale dello Zanskar.

Venerdì 21 settembre - Quando usciamo dall'albergo, Phunchok è in strada ad attenderci con la sua jeep. Ci rechiamo a Sani, villaggio a sei chilometri da Padum, dove si erge il monastero più antico dello Zanskar, l'unico ad essere stato costruito su un pianoro. Essendo chiuso, Phunchok si mette alla ricerca di qualcuno che sia in possesso delle chiavi; nell'attesa facciamo il periplo del monastero attorno a cui sono disposte le ruote delle preghiere. Non sono all'esterno, bensì in un cunicolo processionale sotterraneo che segue i muri perimetrali dell'edificio. Intervallate alle ruote, alcune delle quali, le più vetuste, in pelle di animale, ci sono delle nicchie contenenti pietre con incisi i mantra e pagine di testi sacri. All'apertura del portale, entriamo all'interno del dukhang, la sala delle assemblee riccamente affrescata, in cui i monaci si riuniscono per le preghiere. Saliamo al piano superiore, per visitare un piccolo tempio dove fra statue e thankha sono riposti alcuni antichi manoscritti. Terminata la visita ci spostiamo nei campi intorno al villaggio, uomini e donne con l'aiuto di rudimentali aratri in legno trainati da buoi e yak, stanno arando i loro appezzamenti di terreno. Rientrando al villaggio osserviamo la vita quotidiana del piccolo borgo: donne che rientrano a casa con le gerle piene di sterco animale raccolto nei campi, che verrà impastato con paglia e fatto seccare per essere utilizzato come combustibile durante il lungo inverno ormai alle porte. Un uomo nel cortile di casa sta tessendo su un rudimentale telaio in legno; ad una fontanella sul ciglio della strada, alcune donne stanno lavando i panni, mentre altre incuriosite dalla nostra presenza si affacciano con i bambini alle finestre di casa. Dopo aver girovagato per oltre due ore, accolti da gioiosi joolè, joolè, facciamo ritorno a Padum. Ci dirigiamo al monastero di Pibiting che sorge su una piccola altura, che domina il villaggio omonimo. Il gompa è deserto, Phunchok non trova nessuno che possa aprirci e così scendiamo fra le case del villaggio; ad un ruscello un uomo ed una donna stanno lavando orzo e lenticchie che poi insaccano. Proseguiamo alla volta di Karsha; attraversando il pianoro di natura alluvionale che costituisce il fondovalle, vediamo in lontananza il monastero appartente all'ordine dei berretti gialli, abbarbicato sul fianco della montagna. Saliamo in jeep fino al piccolo terrazzo adiacente il monastero, quindi proseguendo per le scalinate che attraversano le celle dei monaci e le cucine arriviamo al nucleo centrale del più grande complesso monastico dello Zanskar. Ci avviciniamo ad un giovane monaco che prese le chiavi, ci conduce al tempio maggiore; è il luogo dove i monaci si riuniscono in preghiera e che ospita nella navata centrale, il seggio del Dalai Lama. Saliamo al pemzokang, la biblioteca contenente i testi sacri, ed alla terrazza che funge da tetto; lo sguardo spazia sull'intera vallata, dalle montagne circostanti con i ghiacciai sfavillanti nella splendida giornata di sole ai villaggi di Stongde e Zangla, sul lato opposto della valle. Scendendo al villaggio, lungo il sentiero incrociamo alcune donne che oltre al vestito tradizionale, indossano la logpa, un mantello di pelle di pecora chiuso con una fibbia, che serve per proteggere la schiena e gli abiti dalle abrasioni che la gerla portata sulle spalle potrebbe procurare. Nella piazzetta un gruppo di monache con l'aiuto di alcuni monaci, stanno scaricando delle assi in legno da un autocarro, sotto gli sguardi curiosi e divertiti di una nutrita schiera di bambini. Sono destinate al monastero femminile; quando tutto il materiale è a terra, ognuno dei presenti, bimbo, monaca o monaco prende secondo le proprie forze, una o più assi e comincia a risalire la china per raggiungere sul fianco della montagna, il convento.

Sabato 22 settembre - Come di consueto Phunchok è giunto da Tungri, il villaggio in cui abita, con la jeep carica di suoi compaesani ed ora ci sta aspettando per portarci a visitare i monasteri di Zangla e di Stongde. Attraversato il fiume Stod, ci dirigiamo percorrendo la strada asfaltata che costeggia il fiume Zanskar a Zangla, villaggio con un piccolo monastero femminile a cui è annessa una scuola, che sorge arroccato sul fianco della montagna. Al nostro arrivo sentiamo dei canti; ci avviciniamo silenziosamente, nel cortile del piccolo monastero una ventina di bambine stanno eseguendo dei canti sotto la direzione di un monaco. Poi, sedutesi sotto le fronde ombrose degli alberi in un angolo del giardino, seppur distratte e incuriosite dalla nostra presenza, attendono l'inizio delle lezioni, tenute dal monaco per le più piccine e da una signora americana che insegna inglese, per le più grandicelle. Altri canti provengono da una piccola costruzione in pietra, ci affacciamo e veniamo invitati ad entrare. E' la cucina; all'interno quattro monache stanno pregando. Oltre alla cuoca, intenta anche a cucinare ed una monaca molto anziana, due ragazze giovani; al termine dei salmi, sono loro le più curiose, quelle che pongono domande e desiderano chiacchierare. Lasciato il monastero scendiamo a piedi al villaggio di Zangla; la gente è a lavorare nei campi, solo il mugnaio è al villaggio intento a macinare la farina all'interno del suo mulino. Percorriamo un sentiero che salendo lungo il crinale conduce ad un chorten ed al vicino muro-mani: un muro massiccio costruito a secco su cui sono stati addossati ed appoggiati sassi e pezzi di ardesia, ognuno dei quali è stato scolpito e su cui sono state riprodotte figure o testi sacri. Mentre tutti si fermano, proseguo fino ad uno sperone roccioso su cui si ergono le rovine di un vecchio monastero da cui si può ammirare un panorama fantastico sull'intera vallata. Ritornati alla jeep ci dirigiamo a Stongde. Ad accoglierci al monastero, costruito su un picco roccioso a strapiombo sulla vallata, un monaco e tre ragazzini; visitiamo il dukhang con affreschi recenti ed il choskang le cui pitture alle pareti sono invece molto più antiche. In compagnia dei tre giovani monachelli entriamo nelle loro minuscole e povere celle; sul pavimento, in terra battuta, stuoie intrecciate, qualche cuscino, i libri ed i quaderni di scuola.

Domenica 23 settembre - Mi affaccio alla finestra: piove. Le nuvole basse ci nascondono la vista delle montagne. Quando ci incontriamo con Phunchok, intorno alle 9, il tempo è già migliorato; ha smesso di piovere ed il vento spazzando le nubi dal cielo ci permette di scoprire le montagne circostanti imbiancate di neve. Risaliamo, percorrendo una pista sterrata, la stretta valle del fiume Lungnak. Il gompa di Bardan è arroccato su uno sperone roccioso a picco sul fiume; entrando nella corte centrale, sentiamo dei canti accompagnati dal suono ritmato di tamburi e cembali, provenire da una piccola cappella. Mi affaccio, un monaco sta recitando le orazioni mattutine; mi fa cenno di entrare. L'accesso alla stanza è consentito ai soli esponenti di sesso maschile e pertanto Adriana e Daniela si devono accontentare di sbirciare stando sull'uscio. La sala che funge anche da biblioteca in cui sono conservati i testi sacri, è molto buia; gli affreschi alle pareti sono quasi completamente anneriti dal fumo dei lumi ad olio. Rimango per una decina di minuti ad ascoltare la litania ripetitiva della preghiera; quando esco per visitare il monastero, il monaco che nel frattempo ha sospeso le orazioni, ci viene ad aprire la porta del dukhang. Al termine della visita saliamo sul tetto, la vista sulla gola sottostante è impressionante. Ritornati alla jeep, chiedo a Phunchok di portarci a Pibcha, un vicino villaggio che ho notato ammirando il panorama sui monti circostanti imbiancati di neve, dal tetto del monastero. Lasciata l'auto ed attraversato il fiume su un ponte pedonale, saliamo per un ripido sentiero verso il rustico ed affascinante villaggio che sorge sui fianchi della montagna. Ad accoglierci con il solito joolé joolè un gruppetto di donne che ad un ruscello stanno lavando orzo; dopo averlo pulito e tostato facendolo scottare sul fuoco in un recipiente metallico, lo ripongono in sacchi di juta. Lo utilizzeranno per la preparazione della tsampa, farina di orzo tostato che consumata con l'aggiunta di zucchero, di latte oppure di yogurt, costituisce l'alimento base del pasto quotidiano. Sono vestite con gli abiti tradizionali, alcune portano collane e gioielli in argento impreziositi da turchesi, coralli ed altre pietre preziose; i bambini timidi ma curiosi ci scrutano diffidenti stando a debita distanza. Giriamo per il villaggio, accanto ad ogni abitazione, il recinto per il ricovero degli animali e sui tetti, scorte di sterco essicato, arbusti e sterpaglie. Dopo aver trascorso l'intera mattinata a Pibcha, facciamo rientro a Padum. Daniela e Roberto si fermano in albergo, noi nonostante il vento che si alza regolarmente nel primo pomeriggio, ci rechiamo a visitare il borgo storico di Padum.

Lunedì 24 settembre - Alle 6 sotto una fitta pioggerellina che non promette nulla di buono lasciamo Padum. Il cielo è carico di nuvole, fa freddo e le montagne circostanti sono nuovamente imbiancate di neve. Dobbiamo ritornare a Kargil e di conseguenza, percorriamo a ritroso la strada dell'andata. Dopo una cinquantina di chilometri foriamo una gomma; la pioggia che si è trasformata in nevischio diventa neve non appena iniziamo a salire di quota, per oltrepassare il valico di Pensi-La (4.580 metri). Intorno a noi tutto è bianco, le nuvole basse, la nebbia, la neve vanificano la nostra speranza di riuscire a vedere il ghiacciaio Durung Drung e le vette circostanti, in un bella giornata di sole. Salendo il Pensi-La riusciamo ad intravvedere a fatica, i seracchi del Durung Drung; la nevicata sta ricoprendo tutto ed ormai la morena imbiancata si confonde con il ghiacciaio stesso. Ci fermiamo per un veloce spuntino a Rangdum, la piana oltre che dalla neve è sferzata dal vento. Non essendoci la possibilità di far riparare lo pneumatico forato, percorriamo insieme ad un altro fuoristrada identico al nostro, quello che si può considerare il tratto di strada più brutto dell'intero percorso; un continuo susseguirsi di buche, frane, cantieri iniziati e mai portati a termine. Lungo il percorso, incontriamo pastori con le loro greggi che stanno spostandosi dagli alpeggi più alti verso quote inferiori. A Sanku, facciamo riparare la gomma; siamo a circa quaranta chilometri da Kargil, l'influenza musulmana nel villaggio è fortissima. Per la via principale, solo uomini che passeggiano tenendosi per mano o che fanno acquisti nei negozi. Nessuna presenza femminile, eccezion fatta per le ragazzine che escono da scuola, tutte rigorosamente velate. Pur essendo vicini, siamo lontanissimi dallo Zanskar.

Martedì 25 settembre - Sotto una pioggia insistente lasciamo Kargil. Dobbiamo ripercorrere la strada già fatta in precedenza, la NH 1 che porta a Leh. L'avevamo trovata qualche giorno fa, molto polverosa per i cantieri stradali aperti; ora è una pista fangosa che affrontiamo procedendo incolonnati nel traffico di mezzi pesanti provenienti da Srinagar. Oltrepassato il passo di Namika-La (3.720 metri), mentre saliamo verso il passo di Fotu-La (4.100 metri), il motore dell'auto improvvisamente si spegne. Comprendiamo subito che non arriva carburante. Come scendiamo vediamo una chiazza di gasolio in terra; si è staccato un tubo dalla pompa. Phunchok si mette all'opera nel tentativo di riparare il guasto; il bullone che tiene il tubo nella sua sede, va però chiuso con un attrezzo particolare, una brugola a stella. Phunchok cerca di modificare un cacciavite ma purtroppo la tenuta è scarsa ed al tentativo di riavviare il motore, il tubo perde nuovamente. Non resta che sostituire il bullone incriminato con un altro a testa esagonale per poterlo serrare con la chiave. Fra i suoi attrezzi ne ha alcuni, ma per lunghezza, diametro o passo, non vanno bene; decide di toglierne uno da quelli che fissano il parafango anteriore. Finalmente l'intervento ha successo e dopo un'ora di sosta forzata possiamo proseguire. Ci fermiamo in cima al Fotu-La per ammirare il panorama mentre le "bandierine delle preghiere" sventolano sotto l'impeto del vento che ora soffia deciso e che spazzando il cielo dalle nubi, ha riportato il sole. Giunti a Lamayuru, ci mettiamo alla ricerca di una guesthouse; ci sistemiamo in una tipica abitazione ladakha, semplice e spartana, ma accogliente. Ci dirigiamo a piedi verso il monastero, ripide mulattiere risalgono il pendio tra le case, i recinti per gli animali e vecchi chorten; in un angolo addossate ad una abitazione al riparo dal vento, un gruppo di donne è al lavoro: cardano la lana, filano, cuciono. Oltrepassato il portale del monastero entriamo nel cortile interno su cui si affaccia il portico che consente l'accesso al dukhang. Come in altri gompa, è affrescato con un dipinto raffigurante "I guardiani delle quattro direzioni", personaggi dall'aspetto grottesco e terrificante di differenti colori: giallo, blu, bianco e rosso ad indicare rispettivamente nord, sud, est e ovest. Entriamo nel dukhang, la principale sala di culto divisa in tre navate e decorata con pitture dai colori vivaci; alle pareti thankha, statue di Naropa e Marpa ed una notevole collezione di testi sacri: il Kandshur, 108 volumi riportanti gli insegnamenti di Buddha ed il Tandshur, 225 volumi di commenti al Kandshur. Saliamo alla balconata superiore, al Gombo gonkhang e quindi sul tetto dell'edificio per ammirare il panorama sul villaggio sottostante e sulle montagne prospicenti caratterizzate dalla presenza di fenomeni erosivi provocati da pioggia e vento che conferiscono un aspetto vagamente lunare all'intera area. Al nostro arrivo a Lamayuru, Phunchok ci ha comunicato che avrebbe fatto ritorno a Leh, mentre un'altra auto ed un altro autista con i permessi per recarci dai Dha Hanu, sarebbero giunti a sostituirlo. Mentre Roberto rientra alla guesthouse, noi ci rechiamo al posto telefonico, dove incontriamo i due temerari che stamane abbiamo visto arrancare in mountain-bike verso il passo di Namika-La. Sono Miriam e Jordi, catalani di Barcellona; sono rimasti senza rupie e non essendoci possibilità di cambio, Daniela ed Adriana li aiutano, improvvisandosi cambiavalute. Nel frattempo, un'auto, una Toyota Qualis si ferma al posto telefonico. L'autista rivolgendosi ai catalani chiede se stanno aspettando un'auto; parlano di permessi, capiamo subito che sta cercando noi. Controlliamo gli inner permit, sono effettivamente i nostri, si tratta del nuovo autista inviato da Tapo per sostituire Phunchok. Rientriamo; ceniamo nella cucina di casa in compagnia dei ragazzi spagnoli, ospiti anch'essi della guesthouse e di Stanzin, un bimbo di due anni, sveglio e simpatico, figlio dei padroni di casa.

Mercoledì 26 settembre - Dopo aver salutato i due catalani che proseguono la loro avventura, (la traversata da Srinagar a Manali in bicicletta) ci mettiamo in viaggio con Padma, il nostro nuovo autista. Affrontiamo la ripida discesa che a tornanti percorre la stretta gola che scende verso la valle dell'Indo. Dopo aver fatto controllare passaporti ed inner permit al check-point di Khalsi, proseguiamo verso la "linea del cessate il fuoco", attuale confine indo-pakistano. Pur essendo stretta e tortuosa, la strada è in buone condizioni; è interamente asfaltata in quanto serve per il collegamento delle numerose basi militari presenti nella valle che fu teatro nel 1999 di violenti combattimenti fra truppe indiane e pakistane. Seguiamo il corso dell'Indo, tra montagne spoglie alte oltre 5.000 metri per recarci a Dha, l'ultimo villaggio a cui è consentito l'accesso agli stranieri, in una delle zone in cui vivono i Dardi. Meglio conosciuti come Dha-Hanu, appartengono al ceppo indoariano; gli ultimi esponenti di questa etnia vivono nella valle di Dha, l'unica in cui è consentito l'accesso, nella valle di Hanu, nella zona di Garkhum e nella valle di Ganoks, quest'ultima nella parte occupata dal Pakistan. Lasciata l'auto, ci addentriamo seguendo una mulattiera fra enormi macigni ed orti terrazzati coltivati a miglio, pomodori, cipolle e contornati da alberi di albicocco, da noci secolari e da cespugli fioriti. Dopo una decina di minuti, nascoste tra gli alberi ecco apparire le prime case del villaggio; non c'è molta gente, qualche persona anziana ed alcuni bambini con le loro giovani madri. Notiamo che solo le donne più anziane hanno mantenuto l'abbigliamento tradizionale; in testa portano ancora il kho, un copricapo di feltro impreziosito da perline colorate, catenine d'argento e con lunghe strisce di tessuto colorato che cadono sulla schiena fra i lunghi capelli intrecciati. Si è purtroppo persa la tradizione di abbellire il cappello con un bouquet di fiori freschi, che all'alba le donne andavano a recidere nei propri orti per rinnovare ogni mattina la propria acconciatura. Facciamo ritorno a Khalsi per dirigerci ad Alchi. Mentre Roberto, poco incline a visitare i posti in cui sostiamo si ferma in albergo, ci dirigiamo al monastero, un complesso di sei templi, uno dei pochi costruito in pianura, edificato intorno all'anno 1000 ed ingrandito dai monaci Gelug-pa nel XVI° secolo. Iniziamo la visita dal Sumtek Lakang, considerato il più bello del Ladakh e che racchiude stupendi esempi di arte indo-kashmira. In effetti è stupefacente, al suo interno tre statue di Buddha che rappresentano la triade più famosa del lamaismo; Avalokitehvara, che impersona il principio dinamico della compassione, Maytreya, il Buddha della prossima era e Manjushri simbolo della saggezza e della coscienza pacifica. Ma ciò che colpisce sono le migliaia di piccole raffinate immagini dipinte sulle vesti delle tre statue e sulle pareti che lasciano stupefatti; un turbine di colori e di miniature che raccontano un'epoca, il XVI° secolo, travagliato da guerre, invasioni e rivolte.

Giovedì 27 settembre - Dedichiamo la giornata odierna alla visita dei monasteri che sorgono nelle valli limitrofe. Da Alchi, villaggio situato sulla sinistra orografica dell'Indo, ritorniamo, dopo aver attraversato il fiume, sulla northern highway, la strada che collega Leh a Kargil; ne percorriamo un breve tratto, prima di immetterci in una valle laterale che risaliamo fra boschi ed alberi da frutto. Oltrepassato il monastero femminile di Julichen (Chulichan), ci addentriamo in una stretta gola; dopo una curva, improvvisamente, appare ai nostri occhi un anfiteatro naturale che chiude la valle; al centro, il gompa di Rizong. Lasciata l'auto, iniziamo la nostra visita; ci dirigiamo verso la costruzione più recente: una scuola. Non sono ancora iniziate le lezioni, alcuni novizi stanno lavando pentole e stoviglie ad una fontana e riassettando la cucina. Risaliamo le ripide scalinate, inoltrandoci fra le celle dei monaci, fino a raggiungere il corpo principale del monastero che appartiene all'ordine riformato dei Gelug-pa, i berretti gialli. Ci accompagna nella visita, un anziano monaco, che dopo aver fatto girare l'enorme ruota delle preghiere posizionata accanto alla sua celletta, ci porta a visitare il dukhang, sala che ospita oltre ad alcune statue una ricca biblioteca; il choskang, il tempio delle divinità tutelari ed altre sale, tra cui il gonkhang, che si affacciano sulla valle e sulle cime himalayane innevate al di là delle quali si trova lo Zanskar. Ritornati alla nostra auto, ripercorriamo il breve tratto di strada che ci separa dal convento femminile di Julichen; sorge in una zona boscosa, circondato da alberi che quasi lo nascondono alla vista. Varcato l'ingresso veniamo accolti da una anziana monaca che su una spianata in terra sta facendo essicare al sole, chicchi di orzo. Saliamo al piano superiore; alcune giovani monache, sedute sul pavimento di un'aula scolastica, stanno seguendo le lezioni impartite da una monaca un poco più anziana di loro. Passiamo accanto alle celle, dove altre giovani stanno studiando o meditando. Riguadagnata l'uscita, ci dirigiamo al monastero di Likir. Ci appare da lontano, sul crinale di una valletta laterale; la gigantesca statua dorata di Maytreya che sorge a lato, lo rende ancora più visibile. Saliamo alle sale in cui i monaci si riuniscono in preghiera: il dukhang ed il gonkhang, che restaurato recentemente ha le pareti affrescate a tinte brillanti. Visitiamo anche il piccolo ed interessante museo che raccoglie utensili, strumenti, armi, thankha ed altri oggetti appartenuti a regnanti ladakhi o provenienti dal Tibet. Ritorniamo ad Alchi, per terminare la visita iniziata ieri, al monastero. Cominciamo con la biblioteca che racchiude una fornita raccolta di testi sacri (Kandshur e Tandshur) e che ospita una statua di Buddha a cui accendiamo due lumi ad olio su invito del custode che ci ha consentito l'ingresso, per proseguire con la cappella dedicata a Manjushri, la Jannpal-Yang Lhakang, molto rovinata ed assai poco interessante, soprattutto se paragonata con il Sumtek ammirato ieri. Passeggiando per le strette viuzze del villaggio accanto a bambini intenti a fare i compiti, seduti su cumuli di sassi e a mucche che rientrano dal pascolo, ci portiamo fino all'estrema periferia del paese, dove si trovano alcuni vecchi chorten in condizioni di estremo degrado. Nei cortili delle abitazioni, la gente sta portando a termine la giornata con le ultime azioni quotidiane; chi è intento a tostare l'orzo che verrà utilizzato per la tsampa, chi a mungere la mucca e chi ad accatastare gli arbusti secchi raccolti durante la giornata.

Venerdì 28 settembre - Lasciamo Alchi per ritornare a Leh. Prima di rientrare nel capoluogo ladakho, ci fermiamo a visitare il gompa di Phyang, monastero appartenente all'ordine dei Kagyu-pa, i berretti rossi, che sorge su uno sperone roccioso attorniato da numerosi chorten, al centro di una larga valle laterale. Come in altri monasteri entriamo nella corte interna e giriamo per i vicoli fra celle, sale e templi. A parte un paio di novizi, non c'è nessuno; impossibilitati ad entrare, ritorniamo all'auto. A metà mattinata siamo nuovamente a Leh, ci facciamo portare alla guesthouse in cui avevamo già alloggiato e diamo appuntamento ad un contrariato Padma, per il pomeriggio. Scendiamo in centro, per recarci a telefonare a Laura, il nostro medico, carissima amica, nonchè viaggiatrice. E' qualche giorno che Adriana e Daniela hanno la pressione arteriosa su valori molto elevati e stamane convinte di dover rientrare a Delhi e di non poter concludere il viaggio, il sogno di una vita, da tanto tempo desiderato, hanno trascorso l'intera mattinata in lacrime. Le indicazioni ricevute sarebbero effettivamente di scendere, ma essendo Roberto normalmente iperteso ed avendo portato in viaggio un consistente quantitativo di farmaci per tenere sotto controllo la propria pressione sanguigna, pur non avendo la piena approvazione della nostra dottoressa, sempre attenta e scrupolosa, Adriana e Daniela decidono di prendere i farmaci e di rimanere a Leh. Al mio ritorno dal Rupshu, che farò da solo, si valuterà nuovamente la situazione e si deciderà come comportarsi. Nel pomeriggio ci rechiamo a Stok, per visitare il palazzo reale costruito nel 1825. Tuttora residenza della famiglia reale, conta una ottantina di stanze, di cui meno di una decina, adibite a museo, e poche di più ad appartamento reale, abitato dalla regina, ormai senza regno, solo nel periodo estivo in quanto privo di riscaldamento. Visitiamo il museo, situato attorno ad un cortile interno; sono esposti, cappelli, gioielli, collane ed uno stupendo perak, appartenuto ed indossato in varie occasioni ufficiali dalla sovrana. Il perak è un copricapo in feltro, terminante a punta sulla fronte, che scende a coprire la nuca e parte del dorso; interamente tempestato di turchesi e coralli, presenta ai lati dei risvolti in astrakan. Raffigurerebbe un serpente e per questo motivo nella parte frontale vi sono due grossi coralli rossi, che ne rappresenterebbero gli occhi. Per il suo elevato valore fa parte della dote di una donna e viene regolarmente passato da madre in figlia. Nella seconda sala, sono esposti una raccolta di thankha, alcuni dei quali risalenti al XV° secolo; nella terza una serie di fotografie della famiglia reale ed infine nell'ultima alcuni preziosi abiti regali ed armi. In una piccola cappella adiacente, si può ammirare la riproduzione in miniatura di un chorten in argento, arricchito da pietre preziose, turchesi e coralli. Sono esposti anche altri oggetti di uso monastico quali trombe, cimbali e le dung-dkar, grosse conchiglie impreziosite da pietre preziose e parzialmente rivestite d'argento, usate dai monaci come corni. Attraversata Choglamsar, sobborgo abitato dai rifugiati tibetani, saliamo al piccolo Tsemo gompa, che sorge con le rovine di un vecchio forte su un picco roccioso alle spalle del palazzo reale di Leh, da cui si gode uno splendido panorama sulla valle e sul prospiciente picco dello Stok Kangri.

Sabato 29 settembre - Salutata Adriana che rimane a Leh con i nostri compagni di ventura, mi metto in viaggio con Padma, il nostro autista. Dovendo risalire la valle dell'Indo percorriamo a ritroso un tratto della strada che attraverso il passo di Taglang-La collega Leh a Manali e che avevamo già percorso il giorno del nostro arrivo in Ladakh. Il traffico è scarso; alcuni autobus ed un paio di autocarri militari adibiti a scuolabus. Lasciata la strada che conduce al passo e superato il check-point di Upshi, proseguiamo risalendo il corso dell'Indo. Il fiume, per un lungo tratto poco più di un torrente montano, scorre incassato tra alte pareti rocciose, che inoltrandosi nella valle, lasciano il posto ad instabili e scoscesi dirupi di terra e sassi; attraversiamo una serie di frane provocate dalle piogge dell'ultimo monsone che si sono trascinate a valle diverse centinaia di metri di montagna e la strada che l'attraversava a mezza costa. E' un susseguirsi di piccoli villaggi, minuscole oasi verdi lungo il corso del fiume: Limkche, Nehya, Gayk, Kiari, sede di una base militare con eliporto, Nunning, Kidmang ed infine Chumathang, dove ci concediamo una sosta. Scendo al fiume, alle sorgenti di acqua calda che gorgogliano tra i sassi; nonostante sia quasi mezzogiorno, l'aria è fresca e fa piacere sentire il calore che si spande nell'aria allo sgorgare del getto di acqua bollente dal terreno. A Mahè, lasciamo la valle l'Indo per immetterci in una valle laterale contornata da cime innevate; siamo nel Rupshu una delle regioni più inospitali del Ladakh, abitata solamente dai nomadi khampa, pastori abituati alle difficoltà di queste terre selvagge poste ad oltre 4.200 metri. Superato il passo di Namshang-La (4.858 metri), scendiamo al piccolo lago di Thanksang Karu; qui termina la strada asfaltata, ora fino a Korzok ci attende una pista sassosa. Percorsi pochi chilometri, Padma decide improvvisamente di abbandonare la pista per un tratturo sabbioso. Neppure il tempo di proferire parola e ci troviamo insabbiati. Un vento gelido sferza l'altipiano alzando nuvole di polvere e sabbia, Padma prova a liberare l'auto dalla sabbia scavando e mettendo delle pietre sotto le ruote; lo lascio fare, ma è evidente che da soli non ne usciremo mai. Quando il vento concede un attimo di tregua, scendo dall'auto e lo strapazzo per benino; l'idea di essere su una pista percorsa, se va bene, da un paio di veicoli al giorno, su un pianoro a 4.500 metri d'altezza, in condizioni climatiche ed ambientali assai poco favorevoli e pensare di doverci trascorrere, nella peggiore delle ipotesi, la notte, non mi solletica particolarmente. La situazione è abbastanza critica; dopo quasi un'ora di tentativi, con la frizione che comincia a puzzare di bruciato e l'auto che non si è mossa di un solo centimetro, vedo in direzione di Korzok, una nuvola di polvere avanzare sulla pista. E' un autocarro, con a bordo quattro uomini. Lo fermo. Ci mettiamo tutti a spingere e dopo qualche tentativo, con non poche difficoltà, riusciamo a smuovere la vettura ed a riportarla sulla pista sassosa. Siamo stati fortunati, quello sarà l'unico mezzo che nella giornata odierna transiterà sulla strada per Korzok!!! Attraversiamo l'altipiano, una landa collinosa, con bassi cespugli erbosi, circondata da cime innevate che superano i 5.300 metri. E' abitato dai khampa, popolazione nomade che vive di pastorizia; vedo alcune tende, mi avvicino a piedi. Mi accolgono sorridenti, contenti di vedere e di poter scambiare quattro chiacchiere (anche se ci intendiamo a gesti) con qualcuno, una donna mi invita a curiosare all'interno della tenda, aperta sulla sommità per fare uscire il tubo che funge da camino della stufa. Offro ciò che ho, delle caramelle, continuano a ringraziarmi e a salutarmi con calorosi joolè, joolè. Ripartiamo, in lontananza si cominciano ad intravvedere le acque blu del lago Tso Moriri, che costeggiamo per un breve tratto prima di giungere al check-point di Korzok. Le polverose mulattiere del villaggio sono flagellate da un vento gelido che alza fastidiose nuvole di polvere e sabbia, fa freddo, le montagne ai cui piedi si trova Korzok sono innevate fino a bassa quota, in alto sulle creste c'è tormenta. Scendo al lago, sulle rive erbose lambite dalle acque salate di un colore blu cobalto intenso, pascolano cavalli ed asini. Rientrando in paese, cerco di scattare alcune foto ma la gente del villaggio si rivela riottosa alla presenza della macchina fotografica; una donna intenta ad accatastare degli arbusti sul tetto della stalla, vedendomi camminare nel vicolo e pensando, forse, che la volessi ritrarre, mi prende a sassate. Dalla finestra della propria abitazione, una ragazzina ha osservato la scena, mi chiama con insistenza e mi invita ad entrare. Mi fa accomodare in cucina, al centro della stanza la stufa è accesa; una piacevole e calda sorpresa vista la temperatura esterna. Seduta in terra, la madre sta sbattendo del latte in una tanica; hanno appena preparato il chapati, è ancora caldo, spesso e soffice come quello dello Zanskar, me lo offrono con una tazza di the. La ragazza parla un poco di inglese, mi dice che se voglio, posso fotografare entrambe. Ricambio l'ospitalità offrendo loro le caramelle, molto apprezzate, che ho con me. Il sole sta ormai tramontando dietro le montagne, decido di salire al chorten che sovrasta il villaggio; il colpo d'occhio è notevole, la vista abbraccia buona parte del lago Tso Moriri e le cime innevate che vi si specchiano.

Domenica 30 settembre - Nella notte la temperatura è scesa parecchi gradi sotto zero. Le pozze d'acqua intorno alla fontanella nella piazzetta antistante il gompa sono gelate; lo spessore del ghiaccio è tale che neppure il peso dell'auto riesce a romperlo. Percorriamo a ritroso un tratto della strada percorsa ieri, transitiamo nuovamente lungo le sponde sabbiose del lago Thankshang Karu ed oltrepassiamo il valico di Namshang-La. Prima di giungere a Mahè, imbocchiamo una pista sassosa che si inoltra nella Puga Valley, una larga valle sulfurea ricca di sorgenti di acqua calda. Attraversato il piccolo villaggio di Sumdo, un lungo declivio di natura morenica ci conduce al passo di Kongka-La; dopo averlo superato scendiamo verso il lago Tsokar, il lago bianco, così chiamato per il colore delle sue acque, in cui sono presenti notevoli quantità di sale e soda e sulle cui rive sorge il piccolo villaggio di Thukie. In attesa che la strada in costruzione venga terminata, la pista si perde nella radura in mille diramazioni; è un tratto molto sabbioso che attraversa parte dell'altipiano solcato anche dalla strada asfaltata che collega Leh a Manali, a cui giungiamo dopo oltre tre ore di viaggio. Affronto per la seconda volta il passo di Taglang-La (5.360 metri); a Rumtse approdiamo nuovamente nella valle dell'Indo. Nell'attraversare l'altipiano transitiamo nei pressi di un accampamento composto da una decina di tende abitate da pastori nomadi khampa. Visito il campo accolto con curiosità e simpatia dalle persone presenti; una donna seduta in terra di fronte alla propria tenda sta tessendo su un piccolo telaio tenuto fermo da pietre, poco oltre un uomo mi invita ad entrare nella sua tenda per bere un the; in un inglese alquanto stentato cerca di spiegarmi che yak e cavalli sono al pascolo sui monti. La strada che il giorno del nostro arrivo in Ladakh era trafficatissima, è ora praticamente deserta; ormai tutti stanno aspettando con la caduta della prima neve, la chiusura annuale dei passi. Nel pomeriggio sono a Leh, in albergo c'è solo Roberto, Adriana e Daniela sono in città a fare acquisti. Scendo alla loro ricerca ed a colpo sicuro le trovo in Main Bazar Road. Rientrando alla guesthouse ritroviamo Miriam e Jordi, i "bikers" catalani; sono ormai a metà della loro impresa, domani proseguiranno la loro avventura in mountain-bike alla volta di Manali.

Lunedì 1 ottobre - Nonostante i problemi fisici, legati alla pressione arteriosa sempre elevata, Adriana e Daniela hanno deciso di proseguire il viaggio; non vogliono rinunciare anche alla Nubra Valley. Lasciamo Leh ed affrontiamo subito la ripida salita asfaltata che in una quarantina di chilometri ci porta ai 5.656 metri del Khardung-La, il passo carrabile più alto al mondo. Oltrepassato il controllo di passaporti e permessi al check-point di North Pullu, affrontiamo la parte più impegnativa della salita; la sede stradale è diventata una stretta striscia sterrata, segnata dalla caduta di diverse frane. Ci fermiamo al passo per le foto di rito; nonostante il sole la temperatura è ancora abbondantemente sotto zero. Il panorama è spettacolare; lo sguardo spazia su Leh, sulla piana dell'Indo e sui monti della catena himalayana carichi di neve. Affrontiamo la discesa; nei dirupi le carcasse di autocarri, precipitati nelle scarpate. Abbassandoci di quota le condizioni della strada migliorano nuovamente, oltrepassato il villaggio di Khardung, ecco aprirsi la valle del fiume Shyok; a Khalsar primo villaggio del fondovalle, ci fermiamo per una sosta. Passeggiando per le strade del paese, rimaniamo colpiti dall'atmosfera che vi regna; le donne indossano gli abiti tradizionali, quasi tutte portano anche il kantop, il cappello con le alucce a punta, alcune, ancora più eleganti, indossano i perak. Molte sopra la goncha, il vestito tradizionale, indossano un mantello di broccato ricamato; abiti unici e bellissimi, indossati con collane e gioielli in argento ed impreziositi da turchesi e coralli. C'è agitazione, euforia; è una giornata particolare. Dopo una decina di minuti l'eccitazione aumenta, gli uomini anch'essi vestiti con l'abito tradizionale, una casacca lunga fin quasi a terra di panno pesante, il pho-gos, accendono piccoli bracieri portatili, che utilizzano come incensiere e si schierano lungo la strada come se fossero in attesa di una personalità di rilievo. Dopo qualche minuto vediamo sopraggiungere un'auto con a bordo un monaco. E' un lama, la gente del villaggio lo festeggia e lo riverisce; viene accompagnato in una abitazione seguito da alcune giovani mamme con i loro neonati. Adriana e Daniela si intrufolano con altre donne nella casa ed hanno l'opportunità di assistere ad una cerimonia simile al nostro battesimo; i neonati vengono segnati sulla fronte con la cenere, dal lama, che invita Adriana e Daniela ad accomodarsi. Porge loro domande e intavola una breve conversazione, mentre i locali rimangono in disparte stupiti, riverenti e silenziosi. Dall'agitazione della gente nella via, capiamo che la cerimonia all'interno sta volgendo al termine; dopo pochi minuti il Lama è nuovamente in auto tra le grida di giubilo dei presenti, per proseguire la sua visita pastorale nei villaggi della valle. La gente vestita a festa, fa rientro alle proprie abitazioni; alcune giovanissime mamme, riposti amorevolmente i propri piccoli nelle gerle, dopo averli coperti interamente con pesanti coperte e caricate le gerle in spalla, si avviano a piedi verso le case ed i villaggi dei dintorni. Emozionati per aver potuto vivere un avvenimento locale così importante e genuino, lasciamo Khalsar, per inoltrarci nella Nubra Valley, valle alluvionale che prende il nome dal fiume omonimo e che riveste una grande importanza strategica essendo la via d'accesso alle zone di confine "sensibili" di Cina e Pakistan. A Sumur, ci mettiamo alla ricerca di una guesthouse; avendo alcune già chiuso per la pausa invernale, Padma ci porta in un alberghetto molto spartano ed anche se il prezzo ci sembra eccessivo decidiamo di fermarci. Proseguiamo la nostra visita alla valle recandoci fino a Panamik, l'ultimo villaggio a cui possono accedere gli stranieri lungo la strada che conduce al passo Karakorum ed allo Xinjiang cinese; siamo nei pressi della "linea del cessate il fuoco", il ghiacciaio del Siachen ora in territorio pakistano non è molto lontano. Passeggiando per il rustico villaggio, veniamo invitati ad entrare in un cortile dove si è appena conclusa una festa; vogliono offrirci il pranzo, ma accettiamo solamente un the con alcuni biscotti e ricambiamo l'ospitalità offrendo delle caramelle, che vengono equamente distribuite ai bambini presenti. Oggi è una ricorrenza particolare; ci spiegano che stanno festeggiando la visita al villaggio di un lama, che nel frattempo si è già allontanato. Facciamo rientro a Sumur, mentre Daniela e Roberto rientrano alla guesthouse, andiamo alla ricerca di un locale in cui cenare. Ci addentriamo nel villaggio fra appezzamenti di terreno coltivati e prati con mucche, dzo, capre e pecore al pascolo. Scopriamo una guesthouse dal nome quasi uguale a quella in cui ci siamo fermati, ma è molto più carina, pulita, economica e la sua descrizione corrisponde a quanto riportato sulla Lonely Planet. Il nome pressochè identico e le pressioni di Padma ci hanno tratto in inganno. Decidiamo di trasferirci, ritornati alla prima guesthouse, comunichiamo al proprietario, assente al nostro arrivo, la nostra decisione. L'autista sgrana gli occhi, non si capacita della nostra decisione. Decidiamo di pagare e di trasferirci. Scopriamo così il vero prezzo delle camere; l'autista che si era intromesso, al nostro arrivo, nella trattativa con la figlia del titolare, ne aveva quadruplicato il costo. Ci trasferiamo; ceniamo nella sala della nuova abitazione, in compagnia dei figli della proprietaria intenti a guardare la televisione.

Martedì 2 ottobre - Proseguiamo la nostra visita in Nubra Valley. Attraversato il fiume Shyok sul ponte in ferro controllato dall'esercito, risaliamo la valle fino al villaggio di Diskit. Prima dell'ingresso in paese saliamo al vecchio gompa, arroccato su uno sperone roccioso; la strada sale a stretti tornanti al monastero costeggiando il percorso pedonale, lungo il quale sorgono ben 108 chorten di ogni dimensione, intervallati da alcuni muri-mani. Lasciata l'auto, proseguiamo a piedi, lungo ripide scalinate; Adriana che non sta bene, decide di fermarsi presso una gigantesca ruota della preghiera, le fa compagnia Roberto non interessato a questo genere di visite. Saliamo i ripidi e sconnessi scalini fra le celle dei monaci fino a giungere alle sale del monastero. Visitiamo il dokhang, la sala delle riunioni ed un piccolo tempio particolarmente interessante, al suo interno ci sono numerose statue, alcune dall'aspetto truce ed altre più mite, il cui capo è coperto da un panno che viene rimosso solo in occasione del Dosmoche, la festa annuale che si tiene nel mese di febbraio e che ha lo scopo di tenere lontano sfortuna e spiriti maligni dal nuovo anno. Proseguiamo verso Hunder distante sette chilometri; prima di giungere all'ultimo villaggio cui è consentito, anche in questo caso, l'accesso agli stranieri attraversiamo una zona caratterizzata dalla presenza di dune di sabbia bianca. Mentre Adriana e Roberto rimangono in auto, con Daniela salgo ai templi ed alle rovine di un forte di cui sono rimaste solo le mura, sulla cima di un picco che sovrasta il villaggio. Saliamo lentamente per il ripido sentiero, passando accanto ad alcuni chorten giungiamo ad un piccolo gompa dalle pareti interne affrescate in cui troneggia una statua di Buddha. Raggiungiamo un secondo gompa, un poco più in alto, che presenta affreschi purtroppo rovinati e parzialmente crollati a terra. Saliamo fino alle rovine sulla sommità del roccione dove sventolano, un gran numero di "bandierine delle preghiere". Il panorama abbraccia l'intera valle, dal fiume con la verde oasi in cui sorge il villaggio, alle dune di sabbia attraversate precedentemente, alla catena del Karakorum che separa la Nubra Valley dalla Cina. Ritorniamo a Sumur, Adriana febbricitante si mette a letto. Il tempo sta mettendosi al brutto, nuvole basse e foschia celano completamente la vista delle montagne; mi faccio portare da Padma al monastero di Samsteling, importante struttura che racchiude in sè, sette templi. Purtroppo, la parte più vecchia è stata inglobata in quella nuova, che ha preso il sopravvento, togliendo gran parte del fascino al monastero.

Mercoledì 3 ottobre - La foschia e le nuvole basse che ieri pomeriggio avevano ammantato le montagne erano foriere di neve. Le cime che contornano la valle sono imbiancate; una leggera spruzzata sui monti alla confluenza dei fiumi Nubra e Shyok, una copiosa nevicata sulla catena del Karakorum. Fa freddo, dal cielo a tratti coperto cercano di scendere fiocchi di neve. Lasciata Sumur, percorriamo a ritroso la strada dell'andata ed affrontiamo nuovamente la salita al passo di Khardung-La. Oltrepassato il valico leggermente innevato, ci tuffiamo nella discesa; Leh e la valle dell'Indo sono illuminate dal sole. Nel primo pomeriggio siamo nel capoluogo ladakho; mentre i miei compagni di viaggio si fermano in albergo, mi reco negli uffici della Indian Airlines per aver informazioni aggiornate su modalità, orari e disponibilità di posti sul volo per Jammu. Raggiungo quindi l'agenzia Sonu, a cui ci eravamo affidati prima dell'escursione alla Nubra Valley per la prenotazione dei voli; attendo l'arrivo del proprietario, un sikh, con cui intavolo una feroce discussione al fine di riottenere l'acconto versato, visto che, sia lui che i suoi collaboratori, continuano a negare l'evidenza. Asserendo la mancanza di collegamenti per la destinazione richiesta tentano di venderci ad ogni costo ciò che loro vogliono, i voli Jet Airways per Delhi. Di fronte a prove inconfutabili ed alla minaccia di denuncia alla polizia, finalmente mi restituisce quanto dovuto. Non siamo gli unici ad aver avuto questa tipologia di problemi con l'agenzia Sonu, anche un monaco e due turisti sono lì per un motivo analogo.

Giovedì 4 ottobre - Oggi è il nostro ultimo giorno di permanenza in Ladakh ed in programma abbiamo la visita ai monasteri nella parte orientale della valle dell'Indo. Dovendo trovarci per le 10 negli uffici dell'Indian Airlines, siamo costretti a modificare il nostro programma iniziale. Ci rechiamo al vicino monastero di Spitok, situato a soli otto chilometri dalla città, nei pressi della zona aeroportuale. Arroccato su uno sperone roccioso al termine della pista, il monastero costruito nel XV° secolo è un intrico di corridoi, scale e cortili disposti su diversi piani. Seguendo alcuni fedeli entriamo nel dukhang che si affaccia su un ampio cortile da cui lo sguardo spazia sulla valle dell'Indo, sul sottostante villaggio e sui campi con i contadini al lavoro. Visitiamo un paio di templi in cui sono conservate antiche statue e thankha. Salendo verso il piccolo tempio posto al culmine della collina, in cui sono conservate alcune maschere, ci fermiamo in altre sale; in una di esse, una biblioteca con testi sacri, un monaco sta recitando, in solitudine, le preghiere. Facciamo ritorno in città, agli uffici dell'Indian Airlines, in Fort road. Ci sono problemi con i terminali, i computer non funzionano e per l'emissione dei biglietti per il volo di domattina dobbiamo aspettare circa un'ora. In auto, risaliamo il corso dell'Indo per recarci all'imponente costruzione rettangolare che costituisce il corpo principale del monastero di Hemis. Entriamo nel grande cortile interno, e subito dopo aver pagato il biglietto d'ingresso, ci viene impedito l'accesso alle sale con un'ora di anticipo sull'orario esposto; alle nostre proteste ci dicono che hanno anticipato l'orario del pasto. Attraverso i cortili interni seguiamo i monaci che si stanno recando in una piccola corte dove viene distribuito il pranzo; il posto è riservato ai lama ed ai monaci più anziani, i giovani novizi con le loro ciotole pranzano seduti per terra nei cortili esterni. In attesa della riapertura dei templi, passeggiamo per i cunicoli che uniscono le corti del gompa; saliamo sul tetto dove due novizi chiamano i monaci, a raccolta, al suono delle dung-dkar, le conchiglie utilizzate come corni. Scendendo nel cortile principale troviamo finalmente le sale aperte; mentre visitiamo il dukhang con la statua di Sakyamuni, udiamo giungere canti e suoni dal choskang, la sala delle assemblee. Sta iniziando la puja, la preghiera comunitaria che i monaci, seduti su strapuntini imbottiti posti sul pavimento cantano e recitano accompagnati dal suono di trombe, tamburi e cembali. Ci fermiamo in un angolo della sala ad osservare in silenzio, i rituali della preghiera, la distribuzione del the ed il comportamento un poco scapestrato ma divertente di alcuni giovanissimi monachelli. Facendo ritorno verso Leh, facciamo tappa al monastero di Thiksey, costruito sul fianco della montagna che sovrasta una vasta piana alluvionale. Possiamo visitare solo il tempio dedicato a Maytreya contenente una colossale statua di Buddha alta quattordici metri; il monaco presente dice di non essere in possesso delle chiavi delle altre sale, custodite da altri monaci che si sono recati altrove per le preghiere. Proseguiamo fino a Shey, al gompa che sorge vicino al vecchio palazzo, attualmente in restauro, utilizzato come residenza estiva dai sovrani ladakhi. Nel tardo pomeriggio siamo nuovamente a Leh, le vie della città sono semi deserte, moltissimi negozi, ristoranti e ritrovi per turisti, sono ormai chiusi per la lunga pausa invernale. Mentre l'autista porta Adriana ed i compagni di viaggio in albergo mi fermo in agenzia e dopo aver saldato l'importo pattuito, comunico a Tapo la totale insoddisfazione per il comportamento di Padma. Mentre nulla abbiamo da eccepire sull'efficienza e la correttezza di Tapo e di Phunchok, il nostro primo autista, moltissimo abbiamo da ridire sui comportamenti (dalla puntualità, alla prudenza, alla guida) e sull'onestà del secondo. Ritornando alla guesthouse, incontro nuovamente Miriam e Jordi, i due catalani; sono rientrati a Leh rinunciando definitivamente per il freddo, al tentativo di raggiungere Manali in bicicletta.

Venerdì 5 ottobre - E' ancora buio e la temperatura è di un solo grado centigrado quando arriviamo all'aeroporto, base militare utilizzata anche per voli civili. Ai primi chiarori, scrutiamo preoccupati il cielo interessato da continue variazioni meteorologiche; un susseguirsi di nuvole basse e spesse, di banchi di nebbia e di squarci d'azzurro. Confidiamo nelle condizioni meteo; solo con tempo bello ed assenza di vento, l'aeroporto di Leh è aperto al traffico aereo. Con i primi raggi di sole, vediamo atterrare a distanza di pochi minuti l'uno dall'altro, un quadrimotore militare e gli aerei di Air Deccan, Jet Airways ed Indian Airlines. Superati i controlli di sicurezza, alle 7,40 siamo pronti per decollare. Sorvoliamo a bassissima quota il monastero di Spitok, che si erge su un picco roccioso poco oltre il termine della pista e per un lungo tratto la valle dell'Indo a cui si succedono vette innevate, morene e ghiacciai appartenenti alla catena himalayana. Uno spettacolo grandioso. Superati i contrafforti himalayani, avvolta nella bruma mattutina ci appare la pianura; quaranta minuti di volo ed atterriamo a Jammu. Usciamo dall'aeroporto, anch'esso base militare; lo sbalzo termico è notevole, dal grado di Leh siamo passati ai venticinque gradi centigradi della capitale dello Jammu & Kashmir. Ci mettiamo alla ricerca di un taxi, ma riusciamo a recuperare solamente un motorisciò; "l'apecar wallah" riesce a sistemarci tutti sul suo trabiccolo; tre passeggeri e quattro bagagli fra sedili posteriori e bagagliaio ed il sottoscritto su una panchetta al suo fianco. Ci dirigiamo alla stazione ferroviaria dove acquistiamo i biglietti per l'espresso n° 8102, "Muri Express", delle 14,30 diretto ad Amritsar. Abbiamo l'intera mattinata a disposizione e ne approfittiamo per dare uno sguardo, questa volta a piedi, ai dintorni. Jammu, è una città moderna, con larghi viali, alberghi e palazzi che ospitano empori e negozi, in cui Adriana e Daniela colgono l'opportunità di effettuare alcuni acquisti. In stazione attendiamo l'orario di partenza osservando la gente che come noi è in attesa del proprio convoglio, un universo di usi e costumi sempre interessante ed affascinante. Dopo un tranquillo viaggio attraverso la campagna coltivata del basso Kashmir e del Punjab, alle 19,15 siamo alla stazione di Amritsar; in taxi raggiungiamo il cuore della città vecchia dove ci sistemiamo in un hotel nei pressi del Golden Temple. Nelle strade tantissima gente; non siamo più abituati, dopo la pace e la tranquillità del Ladakh, alla ressa indiana. Decidiamo di fare una prima visita serale al Tempio d'oro, il luogo sacro per eccellenza della religione sikh. Ci fermiamo nei pressi del giardino antistante la Guru ka Langar, la mensa comunitaria, ad osservare il continuo andirivieni di fedeli di ogni sesso ed età. Siamo circondati dalla gente; puntati su di noi gli occhi di decine di persone provenienti soprattutto dai piccoli villaggi al di fuori delle rotte turistiche, che con fare curioso e stupito, ci guardano, ci scrutano, ci parlano. Per molti di loro, siamo noi la vera attrazione della serata.

Il resoconto da sabato 6 a giovedì 11 ottobre si trova nella sezione India - Punjab
 
 
 
 
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