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INDIA
Assam - Arunachal Pradesh - Nagaland
 
 
" L'India...che non ti aspetti ! "

Alla scoperta di un'India nascosta e sconosciuta, collegata al grande subcontinente dallo stretto corridoio di Siliguri nel Bengala Occidentale, dove nell'estremo Nord Est, chiusi tra Cina, Bhutan, Myanmar e Bangladesh, sette stati, conosciuti come le "seven sisters" e di cui fanno parte Assam, Arunachal Pradesh, Nagaland e Meghalaya, le mete di questo nostro viaggio, custodiscono un incredibile patrimonio culturale: quello delle comunità tribali che li abitano. Comunità di ceppo mongolo, dalle lingue variegate, con costumi, religioni e tradizioni secolari, che vivono di agricoltura ed allevamento in un territorio difficile ed affascinante; un caleidoscopio di culture sopravvissute al tempo e alla modernità, per la loro posizione strategica ed isolata e per l'interdizione al turismo che sin dai tempi del governo post-coloniale ha contribuito a preservarne autenticità e sopravvivenza.


Il resoconto da domenica 2 a martedì 4 ottobre si trova nella sezione India - Calcutta


Mercoledì 5 ottobre - Alle prime luci dell'alba con la città che lentamente sta riprendendo le attività quotidiane, lasciamo l'hotel; il traffico, a quest'ora scorrevole, ci consente di raggiungere rapidamente l'aeroporto Netaji Subhas Chandra Bose, dove, dopo aver affrontato un'interminabile coda al banco per la consegna dei bagagli, attendiamo la partenza del volo Air India AI 729 per Guwahati, la più importante città dell'Assam. Ad attenderci, Mr. Prachu della Network Travels, venuto in aeroporto con Moinaa, l'autista che con il suo fuoristrada, una Mahindra Scorpio, ci accompagnerà nel nostro viaggio nel Nord Est indiano. Ci dirigiamo verso il centro città; nel traffico sempre più intenso e caotico, raggiungiamo in Pradesh Chandmari gli uffici del Deputy Resident Commissioner dove ritiriamo i permessi per poter entrare in Arunachal Pradesh, per poi raggiungere nella centrale Paltan Bazar, gli uffici della Network Travels, l'agenzia a cui ci siamo appoggiati, dove definiamo gli ultimi aspetti organizzativi del viaggio. Alle 14, lasciamo la città, per dirigerci verso Nagaon. Un trasferimento di quattro ore nella pianura assamese, in un susseguirsi di risaie, piantagioni di thè e piccoli villaggi, ci consente di raggiungere Tezpur, tappa obbligata per chi è diretto verso l'Upper Assam la regione più settentrionale dello stato, o l'Arunachal Pradesh, il più selvaggio e meno esplorato stato indiano. Vi arriviamo dopo aver attraversato il lungo ponte sul fiume Brahmaputra, largo in questo punto solamente un paio di chilometri. Il sole sta scendendo molto rapidamente; il tempo di sistemarci in hotel ed usciamo per le animatissime vie della città, già avvolte dalle tenebre.

Giovedì 6 ottobre - Attraversata Tezpur imbocchiamo la National Highway 15 (NH 15), che costeggiando il corso del Brahmaputra attraversa la verde e rigogliosa campagna in un alternarsi di estese risaie, immense piantagioni di thè che per chilometri costeggiano la strada, e piccoli villaggi di case su palafitte. Stiamo attraversando i territori abitati dai Nyishi, conosciuti anche con il nome di Hill Miri, il più diffuso gruppo etnico del Nord Est indiano. Oltrepassate le cittadine di Gohpur e Narayapur, ci dirigiamo verso North Lakhimpur; c'è parecchio traffico a causa delle lunghe autocolonne di mezzi dell'esercito, autocarri e jeep con attrezzature da campo e truppe, che si stanno spostando verso le zone di confine. Lasciata la pianura, saliamo verso Kimin, valico di frontiera tra Assam ed Arunachal Pradesh, dove consegniamo ai militari in servizio, copie dei permessi e dei passaporti. Stiamo per entrare in un'area sensibile, in cui l'accesso è consentito solo a chi è in possesso del Protected Area Permit (PAP); non essendo mai stata riconosciuta dalla Cina la sovranità indiana su questi territori, l'intera regione, dopo l'invasione del 1962 da parte delle forze armate cinesi, è oggi sotto lo stretto controllo dell'esercito indiano. Numerose sono le caserme e le postazioni militari che abbiamo modo di vedere lungo la strada; la situazione in tutto lo stato è oggi tranquilla, le zone più "calde", quelle in cui, periodicamente si registrano tentativi di rivolta da parte dei ribelli Naga, riguardano una ristretta area al confine con Nagaland e Myanmar. Ci addentriamo tra i monti del Basso Subansiri in un susseguirsi continuo di saliscendi lungo ripidi pendii ricoperti da una verdissima e rigogliosa foresta pluviale; per le pessime condizioni del fondo stradale, un susseguirsi di profonde buche nell'asfalto ormai quasi inesistente, dobbiamo procedere ad una velocità molto ridotta. Oltrepassata Yachuli, raggiungiamo, ormai con il buio, Hapoli, sobborgo di Ziro, il principale centro della fertile vallata, in cui, protetta dalle ultime propaggini della catena himalayana che la separano dal Tibet, vive una delle etnie più rappresentative della regione, quella degli Apatani.

Venerdì 7 ottobre - Con Chadna, giovane guida locale contattata ieri sera da Moinaa, raggiungiamo Hong, il primo dei villaggi Apatani che visiteremo oggi. Minoranza etnica di origine mongolo-tibetana emigrata dagli inospitali altopiani settentrionali, gli Apatani, si stabilirono nella valle di Ziro, dedicandosi prevalentemente all'agricoltura; legati alla loro antica cultura, continuano a praticare il culto animista, ad adorare il sole e la luna, a vivere in abitazioni su palafitte, edificate utilizzando legno e bambù. Da Hong ci spostiamo ai villaggi limitrofi: Hari, Bulla, Old Ziro, Dutta, Bamin. Per le strade, pochissime persone; alcuni anziani e tanti bambini. Grazie all'aiuto di Chadna che parlando gli idiomi della popolazione locale, può intrattenerle, riusciamo ad incontrare e fotografare qualche anziana donna Apatani; il rapporto con loro è oltremodo difficile, restie nel mostrarsi, appena vedono degli estranei, si nascondono in casa. Hanno il viso tatuato con linee verticali di colore blu e i dat, dischi in rattan di colore scuro, inseriti nelle narici del naso; una pratica utilizzata fino al 1970, per rendere le donne meno attraenti agli occhi dei guerrieri delle altre tribù che, quando durante gli scontri tribali attaccavano un villaggio, le rapivano. Solo le più anziane ancora li portano, nelle altre sono visibili le cicatrici dei fori richiusisi con la rimozione dei dischi. Veniamo invitati ad entrare nell'abitazione di un anziano signore: tatuato, ha i capelli acconciati con uno chignon sulla fronte, il podum, trafitto da uno spillone, una caratteristica distintiva dell'abbigliamento maschile Apatani; la sua è una vecchia casa su palafitte dalle pareti di bambù annerite dalla fuliggine del focolare situato al centro dell'unica enorme stanza. Raggiungiamo le risaie, utilizzate dagli Apatani anche quale vivaio per l'allevamento di pesci ed in cui uomini e donne sono al lavoro, per tagliare a mano, il riso, che viene sbattuto con forza in cesti di vimini intrecciati, di cui sono abili costruttori, per raccoglierne i chicchi. Concludiamo la giornata al mercato coperto di Hapoli, dove ci ripariamo, osservando gli oggetti esposti sulle bancarelle, da un violento temporale.

Sabato 8 ottobre - Lasciamo Hapoli e dopo aver attraversato Old Ziro ed alcuni dei villaggi visitati ieri, proseguiamo lungo la NH 13 in direzione di Daporjio. Allontanandoci dalla città, la strada inerpicandosi sulle alture, si fa molto stretta, tanto da consentire il passaggio di un solo veicolo. In un continuo saliscendi lungo i crinali di colline e basse montagne ricoperte da fitta vegetazione, da cui spuntano isolati casolari abitati dai Tagin, tribù dalle tradizioni guerriere, e dagli Hill Miri, raggiungiamo Tamen, il primo grosso villaggio che incontriamo, dove, su un lungo ponte sospeso attraversiamo le acque impetuose del fiume Subansiri. E' poi la volta di Raga e di Gorak, villaggi poveri e sporchi, costituiti quasi interamente da case su palafitte dalle pareti in bambù intrecciato ed il tetto in lamiera. Per le condizioni disastrate della strada, interessata da continui smottamenti causati da ruscelli che riversano le loro acque sulla sede stradale e da continue e profonde buche, siamo costretti a procedere lentamente. Alle 16, dopo circa otto ore di viaggio giungiamo a Daporjio, capoluogo del distretto dell'Alto Subansiri, e dopo essere stati al mercato, ci sistemiamo nel migliore hotel della cittadina, che, seppure inaugurato solo tre anni fa è già attaccato da muffa ed umidità.

Domenica 9 ottobre - Proseguiamo sulla National Highway 13 (NH 13), la più importante via di comunicazione dell'Arunachal Pradesh. Purtroppo è in condizioni terribili; l'asfalto ormai scomparso dopo anni di mancata manutenzione è stato sostituito da un fondo in terra, trasformato dalle piogge in una pista fangosa. Dopo aver costeggiato per un breve tratto il corso del fiume Subansiri, dove isolati casolari su palafitte spuntano dalle risaie, ci dirigiamo nuovamente verso le alture; la giungla è molto fitta, un alternarsi di foresta pluviale e boschi di bambù. La strada tortuosa e stretta attraversa paesaggi affascinanti; siamo nei territori degli Adi Gallong, etnia divisa in clan, che venera il sole, la luna e gli spiriti. Attraversiamo piccoli villaggi come Lida, Dumporjio e Mano dove ci fermiamo per scattare alcune foto alle capanne costruite su palafitte dalle pareti in canne di bambù intrecciate, tipiche di questa etnia, che si sostenta coltivando riso, miglio, patate dolci, tabacco e peperoncino, nei piccoli appezzamenti di terra strappati alla foresta. Attraversati i villaggi di Bora Rupak e Darka arriviamo ad Along nel distretto del Siang Occidentale, e dopo esserci sistemati in albergo usciamo a fare un giro per le vie centrali del borgo, che con il calare delle tenebre piombano nel buio più totale per la mancanza di illuminazione.

Lunedì 10 ottobre - Ci spostiamo al vicino villaggio di Kabu, piccolo borgo con numerose belle case su palafitte, per recarci attraverso una radura, al vecchio ponte sospeso, costruito utilizzando corde e bambù, dagli Adi Gallong, veri maestri in questo genere di opere. Rimaniamo delusi, al suo posto, ad attraversare il fiume Yomgo, una moderna passerella pedonale in ferro. Ritornati ad Along, ci fermiamo al mercato, che nel frattempo si è animato; numerose le donne di etnia Adi Gallong riconoscibili per i gioielli di rame e argento ed i capelli raccolti in lunghe trecce e gli uomini di etnia Nyishi con l'inconfondibile bophia, copricapo di canna sormontato dal becco colorato del bucero indiano. Proseguiamo verso Pasighat; il fondo stradale è finalmente in condizioni migliori e seguendo a mezza costa il corso del fiume Siyom, raggiungiamo attraverso boschi e foreste, il bivio per Boleng; siamo nel territorio abitato dagli Adi Minyong. Percorsi pochi chilometri, ci troviamo ad attraversare un interminabile cantiere dovuto alla costruzione della nuova strada. Si procede su una pista fangosa fra pozze, guadi e frane, attraversando settori in cui sono al lavoro, uomini e donne, che come spesso accade nelle aree rurali, eseguono i lavori a forza di braccia, coadiuvati da pochi e a volte obsoleti macchinari. Un tratto è già ultimato ed asfaltato, ma numerosi sono gli smottamenti staccatisi dai costoni delle colline, che a seguito di dissennati sbancamenti ostruiscono la carreggiata. Alle 14, dopo circa quattro ore di viaggio, giungiamo a Pasighat, capoluogo del distretto del Siang Orientale, situata non lontano dalle rive del fiume Brahmaputra. Decidiamo di proseguire e di raggiungere l'imbarcadero da cui partono i ferry che attraversano il fiume, dove ci informano che non sono previste corse pomeridiane. Sono giornate festive, molte attività sono sospese; l'unica possibilità per traghettare è recarci al pontile di Kareng Gaon, distante ottanta chilometri, ed imbarcarci sull'ultimo traghetto della giornata. Con il sole ormai basso, che in pochi minuti sparisce dietro le colline, affrontiamo la traversata del grande fiume. Siamo nuovamente in Assam; un ultimo tratto di strada assai trafficato per le numerose feste che nei villaggi attraversati celebrano i giorni conclusivi della Durga Puja, festival induista in cui si venerano le nove manifestazioni di Durga nei suoi differenti aspetti (Kali, Lakshmi e Saraswati) e giungiamo a Dibrugarh, dove ci uniamo all'immensa folla festante che per le strade della città, partecipa ai festeggiamenti.

Martedì 11 ottobre - Ci troviamo con Moinaa, il nostro autista, un poco più tardi del solito; ha lasciato la sua Mahindra da un elettrauto che ha una minuscola bottega di fronte all'hotel, per far riparare il clacson che si è guastato ieri e senza il quale è impensabile guidare nel caotico traffico indiano. L'auto non è ancora pronta; impieghiamo l'attesa recandoci sul vicino argine, dove, sulle rive del Brahmaputra, è sorto uno slum di misere baracche. Abbiamo anche tempo per cambiare sistemazione; la camera assegnataci al Little Palace non è delle migliori ed avendo l'hotel adiacente, di più recente costruzione, disponibili ottime stanze, pulitissime e ad un prezzo inferiore, optiamo per il trasferimento. Verso le 10, a riparazione ultimata, partiamo alla volta di Tinsukia, da cui raggiungiamo il piccolo villaggio di Bolduri dove circondato da vaste piantagioni di thè, si trova il Tilinga Mandir, il tempio delle Campane, piccolo edificio con tantissime campane in bronzo di ogni misura e dimensione, portate in dono dai fedeli, che le appendono ad appositi sostegni eretti nel giardino che lo circonda. Nel primo pomeriggio siamo nuovamente a Dibrugarh per assistere alla festa di Dussehra, la giornata conclusiva della Durga Puja. Nei pressi dell'hotel sono stati eretti un paio di pandal, costruzioni provvisorie in canne di bambù adornate di stoffe multicolori che per tutta la settimana hanno ospitato le statue raffiguranti le dee Kali, Lakshmi e Saraswati a cui i fedeli hanno rivolto il proprio raccoglimento e le proprie preghiere; solo nella giornata conclusiva, caricate su autocarri e rimorchi trainati da trattori, danno vita ad una sfilata che accompagnata da suoni, canti e balli, dopo aver percorso le vie della città raggiunge le sponde del Brahmaputra. Ci accodiamo alla sfilata, ad ogni incrocio più imponente, per l'arrivo dai diversi quartieri di altri autocarri con al loro seguito, centinaia e centinaia di persone; complessivamente sono novantadue, le sacre rappresentazioni della Dea, nelle sue diverse forme, che sfilano seguite da una folla straripante. Sfidando la ressa, raggiungiamo il lungo fiume, dove, grazie ad Adriana, riusciamo ad avere accesso, unici occidentali presenti, allo spazio riservato alle autorità, che con estrema cortesia ci invitano a seguire la manifestazione dal loro palco. All'imbrunire, i primi automezzi giungono sulla battigia e con il calare delle tenebre, le statue adornate di tessuti e lustrini vengono immerse nelle acque del Brahmaputra ed affidate alla corrente, che nel dissolverle, faciliterà il ricongiungersi della Dea con Shiva, suo marito.

Mercoledì 12 ottobre - Dovendo recarci in banca per cambiare valuta, usciamo più tardi del solito. Mentre Moinaa, il nostro autista ci aspetta in hotel, a piedi raggiungiamo in centro città, la sede della State Bank of India, l'unica autorizzata al cambio di denaro; con un congruo anticipo siamo di fronte alla sede, ancora chiusa. All'apertura notiamo che i saloni sono pressochè deserti e pochi sono gli impiegati presenti; ci spiegano che è una cosa normale essendo il primo giorno lavorativo dopo cinque giorni di chiusura. Anche il responsabile del cambio valute non è ancora presente. Arriverà dopo le 10,30 impiegando oltre un'ora per portare a termine una semplice operazione di cambio. Lasciamo Dibrugarh alla volta di Sibsagar; la meta odierna non è lontana, in due ore raggiungiamo l'antica capitale della dinastia Ahom, etnia proveniente dalla Birmania che regnò in Assam dal 1228 fino ai primi anni del 1800. Ci rechiamo a visitare il complesso di Talatal Ghar, vasta costruzione con piani interrati e passaggi segreti, fatta erigere da re Singha a metà del XVIII° secolo sulle rovine di una postazione militare; il Golaghar, antico arsenale risalente alla stessa epoca, ed il Rang Ghar, palazzo ovale a due piani, considerato uno dei più antichi anfiteatri sopravvissuti in Asia. Costruito inizialmente in bambù e legno, venne riedificato in mattoni e presenta un caratteristico tetto a forma di barca rovesciata; da qui i sovrani Ahom seguivano gli scontri fra bufali ed elefanti nell'area oggi trasformata in un curato giardino. Facendo ritorno in città, ci fermiamo a visitare lo Shivadol Mandir, tempio dedicato a Shiva che insieme alle torri di Vishnudol e di Devidol Mandir, sorge sulle rive di un vasto bacino artificiale fatto scavare nel 1734, al centro della città, dalla regina Ambika.

Giovedì 13 ottobre - Ci trasferiamo nella vicina Garhgaon. Mentre Moinaa, va in cerca di un meccanico per sistemare la barra stabilizzatrice anteriore staccatasi a causa della perdita di uno dei bulloni di fissaggio, a piedi raggiungiamo il Karen Ghar, palazzo in mattoni fatto erigere dalla dinastia Ahom, che ricalca come stile e decorazioni quelli visitati ieri. E' ancora chiuso; dobbiamo attendere l'arrivo del custode per poter accedere al piccolo parco, che ospita una bella costruzione a gradoni di forma piramidale, alta quattro piani, risalente al 1752. Terminata la visita, possiamo partire alla volta del Nagaland, lo stato meno popoloso tra quelli del Nord Est indiano ma che ospita la più ricca varietà di gruppi tribali di origine tibeto-birmana; Angami, Ao, Konyak, Lotha, Wanchu, sono solo alcune delle tribù che vivono sulle montagne. La strada, stretta e trafficata, corre parallela alla linea di confine in un susseguirsi di casolari sperduti nella campagna, basse colline ondulate ed estese piantagioni di thè, in una zona paesaggisticamente molto bella. Attraversata Sonari, giungiamo al posto di polizia di Tizit dove espletate le formalità di ingresso, ci avventuriamo lungo quella che è considerata una delle principali strade del Nagaland, ma che si rivela essere invece un tratturo in condizioni pietose, dal fondo sconnesso e sassoso simile più al letto di un torrente che ad una strada. Un lungo tratto in pianura e ci inoltriamo nella foresta pluviale; superato un passo, scendiamo verso Mon che raggiungiamo nel primo pomeriggio. Moinaa ci conduce subito al posto di polizia per registrare il nostro arrivo; in Arunachal Pradesh dove era richiesto uno specifico permesso di accesso dopo il controllo al confine non abbiamo più dovuto espletare alcuna formalità se non consegnare copia di visto e permesso presso gli hotel in cui alloggiavamo, in Nagaland, in poche ore tre posti di controllo con consegna delle copie di passaporto e visto ad altrettanti uffici di polizia. Ci rechiamo al vicino mercato; pur essendo solamente le 16, tutte le attività sono già cessate ed i negozi chiusi, non ci resta che ritornare in hotel per incontrarci con una guida locale, procurataci da Moinaa, che ci accompagnerà nella visita alle tribù Konyak e con cui dobbiamo definire quali villaggi potremo visitare, in funzione della percorribilità delle strade.

Venerdì 14 ottobre - Puntuale alle 7,30 Apan, giovane guida locale di etnia Naga è al nostro albergo. La nostra prima meta è Longwa il più grande e uno dei più caratteristici villaggi del distretto. Lasciata Mon, la strada, inizialmente asfaltata si addentra nella foresta; tortuosa si inerpica sulle alture, di questa selvaggia zona di confine in cui la natura è indiscussa protagonista. Siamo al confine con il Myanmar; un ultimo tratto su una pista sassosa e dopo due ore di viaggio raggiungiamo il villaggio situato lungo la dorsale di un monte che segna il confine indo-birmano. Longwa che si estende sui due versanti della montagna è così, metà indiana e metà birmana. Sappiamo che per essere accettati e poter girare per il villaggio è necessario presentarsi al capo-villaggio; Apan in qualità di guida ed interprete, ci introduce ad una persona ancora giovane, che, ci viene spiegato, ha ereditato la carica dall'anziano padre scomparso lo scorso anno. Veniamo invitati ad entrare nella sua abitazione; a terra, seduti attorno al fuoco alcuni uomini sono intenti a preparare le pipe che utilizzano per fumare una miscela di tabacco ed oppio. Ci spostiamo in un'altra capanna che ospita il laboratorio di un fabbro, colui che costruisce e ripara i fucili degli abitanti del villaggio. Il suo banco da lavoro è ingombro di utensili e di armi; qualcuna già assemblata, altre in fase di montaggio. Accanto a lui, intento a forgiare la canna di un fucile, il padre, un anziano cacciatore di teste seduto vicino al focolare. La nostra guida conversa con entrambi, esponendo loro le nostre domande e le nostre curiosità; apprendiamo l'età dell'anziano guerriero, ormai ottuagenario, che presenta sul viso i tatuaggi tipici dei tagliatori di teste. Solo a loro, era consentito di tatuarsi viso e corpo e di indossare, come segno distintivo, una collana a cui venivano appesi ciondoli in ottone, gli yanra, raffiguranti il capo di un uomo. Ogni ciondolo, simbolo di forza e virilità, indicava una testa mozzata; una pratica diffusa fino a 50-60 anni fa, anche se sembra che qualche episodio sia avvenuto anche in tempi più recenti. Proseguiamo nel nostro giro fra le abitazioni del villaggio; incontriamo bambini e donne al lavoro sull'uscio di capanne, che in alcuni casi hanno le facciate adornate con corna di bufalo; sono le abitazioni di anziani guerrieri. Era infatti consuetudine che, di tanto in tanto, un guerriero Konyak che possedeva animali, organizzasse una festa per gli abitanti del villaggio; un modo, per acquisire di fronte alla comunità, meriti e prestigio. Poco prima di mezzogiorno lasciamo Longwa e scendendo verso Mon ci inoltriamo in una stretta valle laterale, al fondo della quale si trova il villaggio di Tang. Giriamo per un paio d'ore accompagnati da un folto gruppo di bambini ma incontriamo solo qualche anziano seduto sull'uscio della propria abitazione. Gli altri abitanti sono al lavoro nella giungla: a tagliare canne di bambù o a coltivare gli appezzamenti di terreno strappati alla foresta.

Sabato 15 ottobre - Di buon mattino ci troviamo con Moinaa ed Apan per la visita ad altri villaggi situati sulle alture nei dintorni di Mon. Percorrendo una strettissima strada asfaltata raggiungiamo il villaggio di Wangla. Come la maggior parte dei villaggi Konyak è situato sulla cima di una altura, da cui si gode una splendida vista sulla pianura che digrada verso l'Assam e sui vicini monti, dove, dalla fitta vegetazione, spuntano lungo i crinali, campi coltivati a mais. Facciamo un giro per il villaggio situato al limitare della foresta, popolato da pochi anziani e da tantissimi bambini che curiosi, ci seguono nel nostro cammino. Apan ci conduce su un rilievo da cui si domina il villaggio e su cui sorge il morung, un edificio che era parte essenziale della vita delle tribù Naga. In passato serviva a molti scopi: come luogo di riunione in cui facevano mostra di sè i trofei di guerra, come deposito in cui venivano conservate le armi e le teste dei nemici uccisi, come dormitorio per gli uomini non sposati, come luogo di guardia da cui era possibile sorvegliare in modo efficace l'intero villaggio. Oggi sono un punto di ritrovo per gli anziani, il luogo dove si amministra la giustizia, quello in cui viene impartita l'istruzione ai giovani per tramandare di generazione in generazione attraverso musica, danza e racconti popolari, la cultura Naga, i suoi costumi, le sue tradizioni. Sulla strada del ritorno ci fermiamo ad Hongpoi, villaggio con la più alta concentrazione di anziani guerrieri viventi (venticinque), tutti ottuagenari. Ci rechiamo alla casa del capo-villaggio, un anziano cacciatore di teste che troviamo in compagnia di altri tre caratteristici personaggi. Sono tutti ex cacciatori e portano al collo i fregi che ne ricordano le gesta ed il numero di nemici uccisi; complessivamente sono tredici, gli uomini appartenenti a tribù rivali, che hanno decapitato. Sono seduti accanto al fuoco, fumano tabacco e oppio, chiacchierano, bevono thè nero. Veniamo invitati a sederci con loro all'interno del locale, una semplice costruzione dall'aspetto antico, con le pareti di bambù ed il pavimento in terra in cui sembra che il tempo si sia fermato ed al cui centro è acceso il fuoco su cui è stato posato un bricco per il thè; rimaniamo con loro fino a mezzogiorno quando facciamo rientro a Mon. Mentre autista e guida si fermano a pranzo, ci rechiamo al mercato, peraltro non particolarmente animato, che si tiene nelle vie in prossimità della nostra guest-house. Alle 13,30 ripartiamo e percorrendo una mulattiera stretta e sassosa raggiungiamo il villaggio di Leangla; molto esteso, si sviluppa sui crinali di più colline. Ci incamminiamo per le strade del villaggio e sulla porta di una capanna vediamo un anziano signore tatuato che sta intrecciando un cesto con strisce ricavate da canne di bambù; è anche lui un cacciatore di teste e su richiesta della nostra guida ci mostra il corpo tatuato e la collana con i ciondoli di cinque nemici uccisi. Noti per la loro ferocia e le regolari incursioni in Assam ed in Birmania, i guerrieri konyak credevano che l'anima dei nemici, waha, si trovasse nella nuca, e che potesse essere liberata solo con la decapitazione. Ma poiché l'anima spirituale, mio, che risiedeva nella testa era foriera di fortuna e prosperità, la testa dei nemici e quella dei compagni morti, erano assai ambite ed andavano ad aggiungersi a quelle degli antenati defunti e conservate nei morung.

Domenica 16 ottobre - A causa delle disastrate condizioni in cui versa la strada per Tuensang siamo costretti a modificare il programma odierno. L'unica alternativa per raggiungere Mokokchaung è ritornare verso Sibsagar, e Moinaa, in previsione dei tanti chilometri che dovremo percorrere, ci ha chiesto di anticipare la partenza; all'alba lasciamo Mon per percorrere a ritroso la strada già fatta all'andata. Rientriamo in Assam dal posto di confine di Tizit ed oltrepassata Sonari ci dirigiamo utilizzando la National Highway 1 ad Amguri per rientrare nuovamente in Nagaland dal posto di frontiera di Tuli e raggiungere dopo nove ore di viaggio Mokokchaung. Depositati i bagagli in hotel scendiamo a piedi in città ma essendo domenica troviamo i negozi chiusi e la città deserta.

Lunedì 17 ottobre - Lasciamo Mokokchaung per dirigerci a Kohima, la capitale del Nagaland. In un continuo susseguirsi di curve e saliscendi tra colline dalla natura rigogliosa e con una vegetazione più rada ma con un maggior numero di alberi d'alto fusto, raggiungiamo Wokha. Dopo un lungo tratto in buone condizioni, la strada peggiora, in molti punti l'asfalto è scomparso lasciando il posto ad una pista sassosa piena di buche; ritroviamo una nuova strada, ultimata di recente, ad una quarantina di chilometri da Kohima. Avvicinandoci alla città, costruita lungo i crinali di più colline, rimaniamo bloccati dal traffico caotico; impieghiamo oltre trenta minuti per attraversarla e giungere dopo una ricerca, sulle prime infruttuosa, ad uno degli hotel prescelti, l'Heritage, vecchia abitazione di stampo inglese, un tempo, circolo degli ufficiali dell'esercito. Usciamo a piedi e nel raggiungere il centro città, ci fermiamo al Cimitero di guerra; qui sulla collina a terrazze di Garrison Hill, che fu teatro di intensi combattimenti, sono sepolti i 1.420 caduti, inglesi ed alleati, che persero la vita nella lunga battaglia che tra aprile e giugno del 1944 fermò l'avanzata delle truppe giapponesi in India; nelle pagine della storia della seconda guerra mondiale la battaglia di Kohima fu una pietra miliare e segnò una svolta decisiva, nella guerra nel Sud Est asiatico tra gli eserciti Alleati ed il Giappone.

Martedì 18 ottobre - Usciamo poco dopo l'alba e a piedi, gratificati da una temperatura estremamente gradevole grazie all'altitudine (1450 mt. s.l.m.), ci portiamo in centro città, nella zona del mercato dove sono già numerosi i venditori che stanno esponendo le loro merci. Tra loro, molte sono donne della tribù Angami Naga, provenienti dai villaggi dei dintorni, che espongono direttamente sui marciapiedi verdure dei propri campi e grosse larve. Alle 8,45 lasciamo Kohima, ci attende la lunga discesa verso la pianura. A Dimapur, il caldo è impressionante così come il traffico; incolonnati a passo d'uomo attraversiamo la città per dirigerci a Jorhat, l'ultima capitale del regno Ahom e nostra destinazione odierna. Scelto l'hotel, usciamo a piedi per le vie del centro; passeggiamo per Gar-Ali, la principale via commerciale, e per Assam Trunk road, la via d'accesso all'animato mercato centrale.

Mercoledì 19 ottobre - Alle 7,30 ci ritroviamo con Moinaa che ha trascorso la notte a casa della sorella, per raggiungere sulle sponde sabbiose del Brahmaputra, il piccolo villaggio di Nimatighat, luogo da cui salpano le imbarcazioni che traghettano mezzi e persone all'isola di Majuli. Sullo spiazzo disseminato di capanni che vendono chai, vediamo una lunga e disordinata fila di motociclette che ostruiscono la zona di imbarco. Parlando con la gente in attesa, apprendiamo che è in corso uno sciopero di tre giorni; lo avevamo intuito in Nagaland dove avevamo visto molti negozi chiusi e ci eravamo stupiti sia per la mancanza di traffico pesante sulle strade che per la presenza di militari nei villaggi. Ora ne abbiamo la conferma, anche se, secondo le informazioni raccolte in precedenza dal nostro autista, lo sciopero non avrebbe dovuto interessare l'Assam, come in effetti avevamo appurato a Jorhat dove tutti lavoravano regolarmente. Vista l'impossibilità di raggiungere l'isola di Majuli, decidiamo di recarci al parco di Kaziranga per ritornare a Nimatighat, a sciopero concluso. Transitiamo nuovamente per Jorhat ed in città, nei pressi di un tempio vaisnavita, religione che si distacca dall'induismo classico rifiutando la divisione in caste ed il culto degli idoli, predicata da Srimanta Sankardeva, filosofo assamese del XV° secolo, vediamo un assembramento di fedeli; ci fermiamo e subito veniamo invitati ad entrare per partecipare alla festa. Ci fotografano, ci offrono del cibo, ci omaggiano la gamosa, tipica sciarpa assamese e con l'arrivo di decine di persone, assistiamo ad una processione accompagnata da canti e musiche, espressione della preghiera e della devozione dei fedeli che lungo il percorso rendono omaggio al passaggio della divinità, prostrandosi a terra. Grazie alla strada larga e ben tenuta, anche se molto trafficata, che attraversa popolosi villaggi ed estese risaie, in due ore raggiungiamo Kohora, villaggio da cui si accede al Parco Nazionale di Kaziranga, istituito nel 1976, con lo scopo di proteggere il rinoceronte unicorno, e che oggi ospita il 75% della popolazione mondiale di questa specie in via d'estinzione. In uno straordinario mosaico di ambienti, praterie, savane erbose, foreste e paludi, che occupano una superficie di quattrocentotrenta chilometri quadrati, sono ospitati, oltre al rinoceronte indiano, uccelli, elefanti selvatici, bufali, tigri, bradipi e molte specie di cervi. Secondo il nostro autista, sempre più desideroso di tornare a casa, a causa dello sciopero non è possibile accedere al parco; cerco di avere informazioni dagli autisti delle piccole jeep Suzuki utilizzate per i safari: il parco è regolarmente aperto. Ci sistemiamo in un bungalow della guest-house statale e senza perdere tempo ci rechiamo alla sede del parco; acquistati i biglietti, alle 13 partiamo alla volta del villaggio di Bagori. Percorriamo per una decina di chilometri la strada statale, quindi giunti ai cancelli dell'ingresso ovest, espletate le formalità e preso a bordo un ranger armato, partiamo su una piccola jeep aperta. Ci addentriamo nella savana percorrendo una pista sterrata che costeggia una vasta laguna, dove alcuni rinoceronti sono placidamente impegnati a brucare erba. Non sono i soli animali che vediamo; durante il giro durato più di un'ora, abbiamo modo di incontrare elefanti, bufali, antilopi e parecchie specie endemiche di uccelli. Ritornati a Kohora, attendiamo, passeggiando per il piccolo mercato alimentare allestito dai contadini lungo la statale, l'apertura dell'ufficio per le prenotazioni dei safari a dorso di elefante.

Giovedì 20 ottobre - Alle 6,30 ci troviamo con Mainaa, venuto a prenderci in hotel per condurci all'ingresso centrale del parco, punto di ritrovo per l'escursione in elefante. Con la bruma che si sta dissolvendo ai primi raggi di sole, assistiamo al rientro del primo safari mattutino; noi, unici occidentali, facciamo parte del secondo gruppo, composto da sette elefanti e quindici persone. Lentamente, dondolati dal passo altalenante del pachiderma ci inoltriamo nella vasta radura dove sono presenti antilopi e cervi; si muovono in gruppo, paurosi e sospettosi di ogni minimo movimento. E' poi la volta degli elefanti selvatici ed infine dei rinoceronti; ne riusciamo a vedere una mezza dozzina, da distanza molto ravvicinata mentre brucano l'erba fresca della savana o si crogiolano al sole, immersi nell'acqua di pozze fangose. Dopo circa un'ora siamo nuovamente alla torretta di partenza; assistiamo al lavoro dei mahut che liberano i pachiderma dal basto per il trasporto delle persone e seguiamo gli elefanti che raggiungono il fiume per bere e rinfrescarsi. Ritorniamo in hotel e dopo una doccia rinfrescante, lasciamo Kohora per dirigerci nuovamente a Jorhat. A mezzogiorno siamo all'imbarcadero di Nimatighat; il servizio è ripreso, ci prenotiamo per il primo passaggio previsto per le ore 14. Pochi minuti ed il barcone proveniente dall'isola attracca; scaricate merci e passeggeri, inizia il carico: tre auto ed un'infinità di motocicli, stipati con precisione millimetrica ed un numero impressionante di passeggeri, che occupano ogni spazio disponibile. Puntuali, salpiamo per la traversata del fiume Brahmaputra, il solo tra i fiumi indiani che porta un nome maschile; quarantacinque minuti di navigazione con il favore della corrente e sbarchiamo sull'isola di Majuli, la più grande isola fluviale al mondo, destinata a scomparire a causa dell'erosione sempre più forte al suo fragile fondo di sabbia, e resa famosa dai ventidue satra, monasteri del XV° secolo, dedicati a Vishnu. Raggiungiamo il Mepo Eko Camp, complesso di tipiche abitazioni locali trasformate in spartane strutture per turisti, per poi recarci, percorrendo sentieri sabbiosi che attraversano la campagna, ad un villaggio abitato dai Mishing, etnia di religione animista, arrivata in Assam dal vicino Arunachal Pradesh.

Venerdì 21 ottobre - All'alba, dopo una notte in cui una miriade di minuscoli e fastidiosissimi moscerini, passando attraverso le zanzariere, hanno invaso la camera ricavata in una tipica abitazione su palafitte, mi dirigo al villaggio in cui eravamo stati ieri; la gente nella piacevole brezza mattutina è già affaccendata fuori casa: gli adulti, alle prese con le attività quotidiane, i bambini a giocare sulla sabbia, mentre gli animali, usciti dai ricoveri, da soli si dirigono al pascolo. Un gruppo di donne con larghi vassoi di bambù intrecciato si sta dirigendo verso i campi e camminando su stretti argini che separano le risaie da pascoli acquitrinosi si dirige agli stagni in cui crescono rigogliose piante acquatiche; vestite, si immergono fino alla cintola, per raccogliere tra le radici dei giacinti, piccole conchiglie e molluschi che depositano nei cesti che si portano appresso. Ritorno sui miei passi, proseguendo la camminata lungo i sentieri sabbiosi che attraversano il villaggio tra gli sguardi curiosi dei bambini, tra persone indaffarate a raccogliere lo sterco degli animali e a donne che tessono, su telai di legno posizionati tra i pali di sostegno delle palafitte, stoffe in seta e cotone, spesso adornate da figure simboliche quali il sole e la luna, utilizzate per confezionare gli abiti. E' ora di recarci a visitare alcuni dei monasteri, i satra, più conosciuti dell'isola. Ci allontaniamo dal villaggio e percorrendo una delle poche strade asfaltate che attraversano l'isola, sabbiosa e fertile distesa verde che, cosa estremamente rara in India, è libera da rifiuti e da plastica, ci portiamo all'Uttar Kalamabari Satra. Passeggiamo nel silenzio, fra le celle riservate ai monaci, per spostarci poi al Savisiri Satra dove possiamo ammirare le maschere di bambù rivestite con fango e sterco, dipinte a colori vivaci, che vengono utilizzate durante le rappresentazioni delle danze tradizionali. E' poi la volta dell'Auniati Satra, sicuramente il più interessante, anche se non comparabile per bellezza ad altre strutture religiose, che al suo interno custodisce reperti della dinastia Ahom ed una cripta molto suggestiva. A mezzogiorno raggiungiamo la zona di attracco dei ferry; lungo il fiume, le grandi reti posizionate dai pescatori che con piccole barche trascinate dalla corrente, si muovono agili tra i banchi di sabbia. Traghettiamo su un ferry più grosso di quello utilizzato all'andata; la navigazione è però molto più lenta ed impieghiamo due ore e mezza per risalire controcorrente, il Brahmaputra, largo in questo tratto otto chilometri. Decidiamo di non passare la notte a Jorhat ma di proseguire fino a Kohora; i bungalows della guest-house statale sono al completo ma troviamo posto in una delle numerose strutture sorte lungo la strada statale.

Sabato 22 ottobre - Lasciamo Kohora e percorrendo la NH 37, attraversiamo il fitto bosco con piante d'alto fusto che in una ambientazione stupenda, degrada verso il parco di Kaziranga; in lontananza, vediamo, i rinoceronti immersi negli stagni della laguna, mentre di fronte a noi, tre elefanti, tra cui un maschio possente con enormi zanne ricurve, scesi guardinghi dalle alture attraversano la strada per dirigersi verso la savana e gli acquitrini del parco. Siamo ormai al termine del nostro giro in Arunachal Pradesh e Nagaland; oggi, ultimo giorno di viaggio con Moinaa, facciamo ritorno a Guwahati e nel percorrere la NH 37 constatiamo come, con la fine dello sciopero, il traffico sia ritornato ad essere intenso e caotico. Poco prima di Nagaon ci fermiamo all'affollato mercato di Phulaguri; i contadini e gli abitanti dei villaggi limitrofi, sembrano essersi riversati in massa tra le bancarelle su cui sono stati posti in vendita gli oggetti più disparati. Molti venditori, e tra questi pescivendoli e macellai, hanno esposto i loro prodotti direttamente sul terreno; ogni attività merceologica è rappresentata e un'area è stata riservata anche per la compravendita di mucche, bufali e capre. Un altro breve tratto di strada e ci fermiamo a Jagiroad per vedere il più grande mercato asiatico di pesce essiccato; qui ogni giorno decine di autocarri scaricano enormi sacchi di pesce secco proveniente dalle zone costiere di Gujarat, Andhra Pradesh, Tamil Nadu, e dal vicino golfo del Bengala. I pesci già essiccati, vengono selezionati per tipo e dimensione, prima di essere nuovamente insaccati ed inviati ai mercati degli stati del Nord Est; il pesce secco è infatti parte integrante della cucina assamese e viene cucinato in svariati modi anche dalle popolazioni tribali. Nel primo pomeriggio arriviamo a Guwahati e dopo esserci congedati da Moinaa, raggiungiamo a piedi i quartieri commerciali di Fancy Bazar e di Pan Bazar, dove oltre alle attività commerciali sono numerosi gli edifici storici, tra cui il Museo di Stato, allestito in un imponente edificio coloniale.

Domenica 23 ottobre - E' giunto il momento di recarci nel Meghalaya, l'ultimo stato del Nord Est indiano, che visiteremo. Abbiamo deciso di prolungare il noleggio dell'auto di altri due giorni, ma non sarà Moinaa, che negli ultimi giorni era impaziente di fare rientro a casa, ad accompagnarci, bensì Chadnik, il nuovo autista messoci a disposizione da Mr. Prachu della Network Travels. Con una spaziosa monovolume Toyota, lasciamo Guwahati; percorrendo la strada a doppia carreggiata che si snoda fra alture boscose, in una bella giornata di sole raggiungiamo Shillong. Non ci fermiamo nella capitale, che visiteremo durante il viaggio di ritorno, ma proseguiamo fino alle cascate di Elephant Fall, un triplice breve salto fra le rocce, prese d'assalto dai turisti indiani in gita domenicale. Addentrandoci verso l'interno tra boschi di pini marittimi, la strada si fa più tortuosa e panoramica; facciamo una sosta al belvedere di Dympep, da cui la vista spazia sulla verde e boscosa valle sottostante che apre una profonda spaccatura nell'altopiano che si protende come una panoramica balconata sulla sottostante pianura bangladese. Raggiungiamo Sohra, cittadina più conosciuta come Cherrapunji, nome con cui era stata ribattezzata durante l'impero britannico ma che oggi è ritornata alla denominazione originaria. Percorrendo una stretta strada asfaltata, lasciamo l'altopiano per scendere al villaggio di Tyrna e proseguire verso Laitkynsew ed Umkak; siamo diretti ad una delle principali attrattive di queste valli, conosciute come la "dimora delle nuvole", dove la forza degli elementi ha plasmato un territorio roccioso e spettacolare che ripido degrada verso il confine con il Bangladesh e dove nel corso dei secoli i War Khasi, etnia che vive nei piccoli villaggi sperduti nella foresta pluviale, hanno creato incredibili ponti fatti con radici viventi. Una breve camminata nella foresta ed avvicinandoci ad una gola scavata dalle acque di un torrente, ci troviamo di fronte ad uno vero e proprio ponte pedonale, creato manipolando le radici del Ficus elastica, pianta che cresce rigogliosa tra i ripidi e rocciosi pendii della valle. Risaliamo nuovamente a Sohra per raggiungere un punto panoramico da cui, l'anfiteatro roccioso creato dall'erosione delle piogge monsoniche, che si affaccia sulla pianura verso cui precipitano le cascate di Wahkaba e di Nohkalikai, appare in tutta la sua grandezza, mentre il sole scompare velocemente dietro i rilievi dell'altopiano in un infuocato tramonto.

Lunedì 24 ottobre - Prima delle recenti variazioni climatiche, Sohra, grazie soprattutto alle abbondantissime piogge monsoniche, risultava essere nelle statistiche meteorologiche, la località più piovosa al mondo. Molto spettacolari erano le cascate che dall'altopiano precipitavano verso la pianura; essendo queste una delle attrattive della regione, Chadnik ci porta al punto panoramico da cui si può ammirare la cascata di Nohsngithiang che con un salto di un centinaio di metri si getta nel piccolo lago sottostante. Purtroppo come per le cascate viste ieri, a causa di una stagione monsonica parca di precipitazioni, la portata d'acqua è molto scarsa. Ci spostiamo alle vicine grotte di Mawsmai, un lungo corridoio tortuoso che con un percorso ad anello si snoda all'interno della montagna, per poi raggiungere il centro di Sohra; oggi è il giorno del Iewbah, il grande mercato che si tiene ogni otto giorni. L'afflusso di gente è continuo, una moltitudine di persone appartenenti alle etnie Khasi e War Khasi, arrivata con ogni mezzo dai villaggi limitrofi, si sposta attraverso gli stalli che ospitano macellai, venditori di frutta e verdura, venditori di legna e di carbone e punti di ristoro, tutti molto affollati. Ci fermiamo fin verso mezzogiorno quando ritorniamo da Chadnik che ci attende in auto per raggiungere Shillong. In città, ci fermiamo a visitare l'appariscente Cattedrale di Tutti i Santi dipinta di un vistoso colore azzurro all'esterno e di giallo all'interno; transitando per le vie centrali, dove donne Angami vendono i loro prodotti in improvvisati mercati, e dove si trovano alcune delle più rappresentative residenze costruite durante il periodo coloniale inglese, come l'hotel Pinewood circondato da un bel parco, raggiungiamo il Museo delle culture indigene di Don Bosco. La visita si rivela estremamente interessante; il museo etnografico allestito in un edificio di sette piani dai missionari salesiani, racconta attraverso una ricca collezione di oggetti d'uso quotidiano, manufatti tribali, gioielli e costumi, le usanze dei differenti gruppi etnici mentre una vasta documentazione fotografica, ripercorre l'opera compiuta dai missionari nei sette stati del Nord Est.

Martedì 25 ottobre - Usciamo di buon mattino per recarci alla stazione ferroviaria dove cercheremo di procurarci i biglietti per raggiungere Malda in treno. Sappiamo che ci sono liste d'attesa molto lunghe e pertanto se non avremo la certezza della disponibilità dei posti, raggiungeremo Kolkata, utilizzando un volo aereo. Rientrando nei "foreign tourist quota", limitato quantitativo di posti riservati su alcuni treni a cittadini stranieri muniti di visto turistico, l'addetto alla biglietteria ci prospetta per il treno 15658, il Kankhenjunga Express la cui partenza è prevista per le 22,40, una lista d'attesa molto breve. Si premura anche d'informarci che la conferma dei posti prenotati è una pura formalità; seppure un poco scettici, decidiamo di acquistare i biglietti. Quali posti ci verranno assegnati lo sapremo presentandoci all'ufficio prenotazioni alle ore 19. Ritornati in hotel, prepariamo i bagagli che lasciamo in deposito alla reception, e a piedi ci rechiamo a Nehru park, terminal degli autobus urbani che collegano il centro città con la collina di Hinachal, sulla cui sommità sorge il Kamamkhya Mandir. Il tempio, costruito e rinnovato più volte tra l'VIII° ed il XVII° secolo è meta di un continuo pellegrinaggio; sulle pareti esterne, pannelli scolpiti e immagini di divinità indù sembrano osservare i tantissimi fedeli che si accalcano, formando lunghe code, per entrare nella sale interne da cui si accede ad una grotta sotterranea con una sorgente naturale. Rientrando in città, ci fermiamo sul lungofiume nelle vicinanze di Fancy Bazar, dove dalle acque del Brahmaputra, si erge una piattaforma su cui si trova il monumento a Lachit Borphukan, glorioso comandante dell'esercito Ahom. Ci inoltriamo per le vie di Fancy Bazar fra venditori di frutta e bancarelle che espongono oggetti e terrecotte utilizzate per la festività del Diwali: transitando per Pan Bazar e per la trafficatissima Paltan Bazar rientriamo in hotel. Recuperati i bagagli, raggiungiamo la stazione ferroviaria, dove ci vengono confermati i posti prenotati: cuccette in seconda classe AC, la migliore soluzione disponibile sul treno 15658. Non ci resta che attendere nella affollata sala d'attesa l'arrivo del convoglio; con lo scorrere delle ore, sui pannelli compare il ritardo che il treno, proveniente da Agartala, capitale del Tripura, sta accumulando. Finalmente a mezzanotte l'arrivo in stazione; un ritardo di quasi due ore, che resterà tale fino a destinazione.

Mercoledì 26 ottobre - E' quasi l'una quando lasciamo la stazione di Guwahati per un viaggio di quattordici ore attraverso l'Assam, lo stretto corridoio di Siliguri e la regione settentrionale del Bengala Occidentale. Dopo una notte tranquilla, trascorriamo la mattina osservando dal finestrino, il paesaggio che lento scorre davanti ai nostri occhi: qualche villaggio e tanta campagna con i contadini al lavoro nei campi. Nel primo pomeriggio arriviamo a Malda e dopo esserci fatti portare all'hotel segnalato dalla Lonely Planet, usciamo a piedi; in città non c'è nulla da visitare e percorrendo l'Assam Trunk Road, la trafficata via che l'attraversa da nord a sud, facciamo ritorno alla stazione ferroviaria per cercare un taxi da noleggiare per la giornata di domani quando ci recheremo a visitare le vestigia di antiche capitali bengalesi.

Giovedì 27 ottobre - Alle 7,30 ci troviamo di fronte all'hotel con Uttom, il taxista contattato ieri nei pressi della stazione ferroviaria che con la propria Ambassador ci porterà a visitare i monumenti degli antichi siti di Pandua e Gour. Percorrendo la trafficatissima NH 34 ci rechiamo a Pandua, distante da Malda una quindicina di chilometri: qui si trovano l'Eklakhi Mausoleum, l'elegante monumento funebre di Jala-ud-Din Muhammad Shah, l'adiacente Sona Masjid e ciò che resta della trecentesca Adina Masjid, un tempo, la moschea più imponente di tutta l'India, fatta erigere in mattoni e pietra, nel 1369, sullo stile della Grande Moschea di Damasco dal sultano Sikander Shah, per ospitare la moschea imperiale del Sultanato del Bengala. Le rovine della vasta struttura rettangolare che racchiudono un vasto cortile interno, presentano ancora elementi architettonici bengalesi, arabi, persiani e una piattaforma sopraelevata interna, rimasta intatta ed esistente ancora oggi che rappresentava la galleria del Sultano e dei suoi funzionari. A ridosso dei monumenti, le abitazioni di piccoli villaggi rurali; passeggiamo per le vie polverose dove donne e ragazze sedute sull'uscio delle proprie case confezionano sigarette sminuzzando foglie di tabacco. Ritorniamo a Malda per proseguire lungo la Gour road, strada che porta al valico di frontiera con il Bangladesh. Gour che tra il XIII° ed il XVI° secolo è stata la capitale del sultanato dei nawab musulmani del Bengala, presenta su una vasta area che si estende fin verso il confine, molte importanti vestigia storiche: la Baradwari Mosque, gigantesca struttura rettangolare eretta nel 1526 in stile indo-arabo con incisioni ornamentali in pietra, la Dakhil Darwaza, imponente portale turrito costruito nel 1425 ed utilizzato come ingresso principale al forte, la Firoz Minar, torre di cinque piani, di cui i primi tre di forma poliedrica a dodici facciate ed i restanti di forma circolare, fatta erigere dal sultano Saifuddin Feroze Shah nel 1485, le rovine di Ballal Bati, la Chika Masjid, la Qadam Rasul Mosque, del 1530, ed infine la Lottam Masjid, costruita nel 1475, che presenta sulle pareti esterne, tracce dell'antico rivestimento in maioliche multicolore. Al termine della visita, facciamo ritorno a Malda; alla stazione ferroviaria, aspettiamo l'arrivo del treno locale 13422, con cui raggiungiamo Khagragat Road Station, nodo ferroviario situato ad una decina di chilometri da Berhampore.

Venerdì 28 ottobre - Usciamo dall'hotel situato sulla via principale per cercare una moto-risciò che ci possa portare a Murshidabad, dove vorremmo visitare i monumenti della città e dove prenderemo il treno per fare ritorno a Calcutta. Grazie all'aiuto dell'addetto della reception che traduce in hindi le nostre richieste, riusciamo ad accordarci con un tale che staziona con il proprio tuk-tuk di fronte all'hotel. Districandoci nel traffico cittadino, costeggiamo il fiume Bhagirathi per raggiungere la vicina Murshidabad, antica capitale del Bengala durante il periodo Mughal, e vedere il Nizamat Kila, conosciuto anche come palazzo Hazaarduari, l'edificio dalle mille porte, costruito nel 1837 quale residenza del nawab. Oggi, non è visitabile, così come gli altri edifici storici della città essendo, giorno festivo per la numerosa enclave musulmana che popola questo distretto del Bengala occidentale, confinante con il Bangladesh. Possiamo solo passeggiare per il parco antistante su cui sorgono anche il Nizamat Imambara, palazzo del 1847, la Torre dell'orologio, le due piccole moschee di Zurud ed il Wasef Manzil, la più recente residenza dei Nawab, parzialmente ricostruita nel 1904 a seguito dei crolli dovuti ad un violento terremoto di sette anni prima. Non essendoci altro da vedere, raggiungiamo la stazione ferroviaria per prendere il primo treno in transito, con destinazione Calcutta; è il locale 63104 proveniente da Lalgola, il cui arrivo è previsto poco prima di mezzogiorno e che giunge a Kolkata nel tardo pomeriggio. Il treno già affollato diventerà presto molto più che sovraffollato, con persone ammassate e merci stipate ovunque; dalla stazione di Sealdah, in taxi, affrontiamo il caotico traffico serale e solo dopo un lungo giro in stradine secondarie a causa degli intasamenti dovuti alle strade chiuse alla circolazione per i pandal eretti in occasione del Diwali, giungiamo a Chowringhee. La ricerca di un hotel, si rivela più problematica di quanto pensassimo; molte strutture sono al completo per la presenza di tanti turisti indiani giunti appositamente in città, per una delle festività più sentite del Bengala occidentale.


Il resoconto da venerdì 28 ottobre a mercoledì 2 novembre si trova nella sezione India - Calcutta

 
 
 
 
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