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NAMIBIA
 
 
" Colori d'Africa "

Diversa dalle altre nazioni del continente africano, la Namibia è terra di colori, di contrasti, di silenzi.
I colori delle calde e rosseggianti dune di Sossusvlei e delle fredde e plumbee acque della Skeleton Coast.
I contrasti degli sperduti kraal dei fieri pastori Himba e delle ordinate città eredità del colonialismo tedesco.
I silenzi, immensi, come immensi sono gli spazi, le pianure, i deserti.


Lunedì 2 ottobre - In un uggiosa giornata autunnale partiamo da Milano Linate. Con me ed Adriana, anche in questa occasione, ci sono Roberto e Daniela, che con le sue meticolose annotazioni mi ha consentito di redigere questo diario. Piove, quando alle 16,30 ci imbarchiamo sul volo Alitalia con destinazione Francoforte; tappa obbligata, per chi come noi, volando con Air Namibia, ha come destinazione Windhoek.

Martedì 3 ottobre - Dopo una notte trascorsa volando nei cieli d'Africa, di primo mattino atterriamo all'aeroporto internazionale di Windhoek. Sbrigate le formalità doganali, ci rechiamo all'ufficio Hertz e ritirata l'auto prenotata dall'Italia, una Volkswagen Polo Classic, auto, che ha solo il nome in comune con le omonime vetture che circolano sulle nostre strade, lasciamo l'aeroporto in una splendida e calda giornata di sole. Devo riabituarmi alla guida a sinistra; superato lo smarrimento iniziale ci immettiamo nel traffico cittadino. Windhoek pur essendo la capitale, non è una città particolarmente vasta; il centro è attraversato da Independence Avenue, fulcro delle attività commerciali ed amministrative, dove ci rechiamo appena giunti in città. Facciamo scorta di viveri ed acqua per i giorni a venire, ci procuriamo una tanica per la scorta di carburante e raggiungiamo gli uffici del MET, il Ministero dell'Ambiente e del Turismo, per prenotare i posti tenda nei parchi nazionali da loro gestiti.

Mercoledì 4 ottobre - Come programmato, iniziamo il nostro giro dirigendoci verso nord; i parchi del Waterberg Plateau e dell'Etosha, il Kaokoveld la terra degli Himba al confine con l'Angola, la Skeleton Coast, il Namib - Naukluft park, le dune di Sossusvlei, le città di Swakopmund e Luderitz ed il Fish River Canyon, saranno alcune delle tappe che faremo prima di rientrare nella capitale.
Lasciata Windhoek, imbocchiamo la statale B1, una bella strada asfaltata che percorre la Namibia in tutta la sua lunghezza, dal Sudafrica all'Angola. In meno di un'ora siamo a Okahandja, conosciuta per il grande mercato dell'artigianato. In vendita molti manufatti in legno; non lo troviamo particolarmente interessante, ovunque gli stessi articoli, provenienti per la maggior parte dal vicino Zimbabwe. Ci rimettiamo in viaggio, la strada si snoda attraverso spazi immensi, spesso recintati da alte reti metalliche. Lasciata la statale ci dirigiamo verso Bernabè de la Bat; una pista in terra battuta ha preso il posto dell'asfalto. Di fronte a noi in lontananza si staglia la falaise che fa da cornice al Waterberg Plateau. Giunti al parco e piazzate le tende in un ombroso spiazzo erboso, partiamo per un breve trekking lungo un sentiero che conduce alla base della parete rocciosa, dove attendiamo il tramonto.

Giovedì 5 ottobre - Essendo il Waterberg uno dei parchi in cui è consentito muoversi a piedi, decidiamo di ritornare alla falaise e di seguire un sentiero che si inoltra nella boscaglia. Dagli alberi si alzano in volo tantissimi uccelli mentre gruppi di scimmie e babbuini si rincorrono sulle rocce. Rientrando al campo notiamo alcune antilopi che stanno rovistando, alla ricerca di cibo, tra i bidoni dei rifiuti posti nelle vicinanze dei bungalows. Mentre ci stiamo gustando la prima colazione, un intraprendente giovane babbuino decide di far visita alle nostre provviste sistemate nel bagagliaio dell'auto lasciato incautamente aperto. Dopo aver scelto i biscotti che più gradiva, si è seduto sotto ad un albero e con fare smaliziato, aperta la confezione, ha partecipato alla nostra colazione, fra l'ilarità e la curiosità nostra e degli altri campeggiatori. Ci rimettiamo in viaggio, oltrepassate Otjiwarongo ed Outjo, ci dirigiamo all'Andersson Gate uno dei due ingressi del parco dell'Etosha. Trascorreremo le prime due notti al campo di Okaukuejo; il posto che ci viene assegnato per campeggiare è uno squallido e polveroso piazzale in terra battuta; il peggior campeggio di tutto il viaggio. Al calare del sole, ci rechiamo alla pozza illuminata; Okaukuejo conosciuto come il luogo dove maggiori sono le possibilità di vedere i rinoceronti, non smentisce la sua fama; abbiamo infatti la fortuna di osservarne sei a cui si aggiungono, più tardi, una ventina di elefanti.

Venerdì 6 ottobre - Sveglia all'alba; nel campeggio c'è eccitazione. Quattro leonesse si stanno avvicinando per abbeverarsi. Come la maggior parte dei presenti ci precipitiamo alla pozza; gli animali che già si stanno abbeverando sono molto nervosi, la presenza delle leonesse crea agitazione. Restiamo in attesa degli eventi; quando le leonesse si allontanano, usciamo da Okaukuejo in auto per recarci ad altre pozze. Nella savana tantissimi animali, gazzelle, orici, eland, gnu, giraffe; mentre ci rechiamo alla pozza di Aus, ci imbattiamo in un gruppo di elefanti. Guidati dalla matriarca, camminano sul ciglio della pista; sono una decina e fra di loro due piccoli. Ci fermiamo ad osservarli mentre procedono dinanzi a noi, così imponenti e maestosi. Quando si inoltrano nella boscaglia, riprendiamo la marcia ed andiamo ad attenderli alla pozza, dove zebre, gazzelle, orici, facoceri e struzzi, a turno si stanno abbeverando. A mezzogiorno il caldo diventa insopportabile; gli animali cercano un poco di sollievo alla calura riparandosi sotto gli alberi e noi, rientrati al campo, cerchiamo un poco di refrigerio in piscina. Usciamo ancora nel pomeriggio; mentre ci rechiamo ad Okondeka ci attraversano la strada, in tempi successivi, due leoni. Li osserviamo, mentre incuranti della nostra presenza, attraversata la pista, con incedere maestoso si inoltrano nel veld. Alle 19 come da regolamento siamo al campo; con il buio ritorniamo alla pozza illuminata, c'è un rinoceronte. Nell'oscurità si intravedono anche alcune leonesse; sono ancora abbastanza lontane, avanzano lentamente con passo quasi furtivo. Alla pozza sopraggiunge un gruppetto di undici giraffe; diffidenti e timorose sono indecise se abbeverarsi o ritornare nella savana. Poi con molta circospezione, divaricano le zampe anteriori e a turno, si dissetano, per fuggire precipitosamente non appena percepiscono l'avvicinarsi di una delle leonesse.

Sabato 7 ottobre - Nella notte udiamo più volte il ruggito del leone. L'ultima volta poco prima dell'alba, sembrava provenire da molto vicino. Ci rechiamo alla pozza illuminata, c'è un silenzio ed una calma irreale. Non ci sono animali. Smontate le tende, ci trasferiamo al campo di Halali. Usciti da Okaukuejo ci rechiamo verso le pozze di Homob; ci è stato riferito che in quella zona sono stati avvistati dei ghepardi. Nei pressi della pozza, ad un centinaio di metri dalla pista, riusciamo ad individuarli; hanno ucciso uno gnu e lo stanno divorando, attorniati da un nugolo di avvoltoi, che si avventano sulla preda, non appena i ghepardi sazi, si allontanano. Costeggiamo l'immenso deserto salino che costituisce l'Etosha pan e mentre ci rechiamo alla pozza di Sueda su un terrapieno che costeggia la strada, vediamo un leone che a fatica sta trascinando verso la boscaglia una preda molto più grande di lui; poco distante sotto un albero di mopane due leonesse con alcuni cuccioli, lo osservano. Ci spostiamo ancora; poco oltre, un'altra leonessa sta dirigendosi verso un grosso cespuglio al cui interno si intravedono alcuni cuccioli. E' vicinissima a noi, un decina di metri, forse meno, un'emozione forte ed unica.

Domenica 8 ottobre - Da Halali ci trasferiamo al terzo campo dell'Etosha park, Namutoni, un suggestivo forte tedesco del secolo scorso. Siamo nella parte orientale del parco; ci rechiamo a diverse pozze, Nuamses, Goas, Okerfontein, Kalkheuwel, vediamo uccelli ed animali di tutte le specie, dalle faraone agli struzzi, dagli sciacalli della gualdrappa alle iene, dalle giraffe alle gazzelle, dai facoceri agli elefanti, dagli gnu agli orici, ai kudu, ma nessun predatore.

Lunedì 9 ottobre - Passiamo la nostra ultima mattinata all'Etosha park tra le pozze di Groot Okevi, Tweepalms, Andoni e Stinkwater, dove assistiamo all'incontro di due gruppi di elefanti; come vecchi amici felici di incontrarsi dopo lungo tempo, si salutano calorosamente, emettendo barriti e muovendo ripetutamente la proboscide. Lasciamo il parco dalla porta settentrionale, la Von Lindequist Gate. Ci immettiamo nuovamente sulla statale B1; attraversata Oshivelo ci dirigiamo verso il confine con l'Angola. Essendo pomeriggio inoltrato decidiamo di fermarci ad Olukondo, dove campeggiamo presso la vecchia missione, fondata nel XIX° secolo dal missionario finlandese Martti Rautanen. Accanto alla vecchia chiesa restaurata ed al cimitero con le tombe del missionario e della sua famiglia, un kraal owambo, con le tipiche capanne di legno circondate da alte palizzate.

Martedì 10 ottobre - Lasciamo Olukondo e ci dirigiamo verso il confine angolano. Dopo una breve sosta al mercato di Oshakati, giungiamo a Ruacana, città di confine sul fiume Kunene. Dalla collina che sovrasta la zona di frontiera, rimiriamo il panorama della vallata e la stretta gola che prima della costruzione della diga, dava vita a spettacolari cascate. Fatto rifornimento, ci dirigiamo ad Opuwo, capoluogo del Kaokoveld, la terra degli Himba. E' un piccolo agglomerato di case, qualche emporio ed un distributore di benzina; in periferia le baracche degli himba trasferitisi dai villaggi sulle montagne. Recandoci all'emporio per reintegrare la nostra scorta di viveri, abbiamo il primo approccio con la gente del posto; purtroppo non è molto positivo, molte sono le persone che si trascinano per strada, ubriache.

Mercoledì 11 ottobre - Partiamo poco dopo l'alba, vorremmo raggiungere le Epupa Falls, con l'autovettura di cui disponiamo. Sappiamo che non sarà un impresa facile, dalle informazioni in nostro possesso la pista dovrebbe essere percorribile anche se sicuramente alcuni tratti saranno abbastanza ostici. Ci dirigiamo dapprima ad Epembe, quindi ad Otjijanjasemo; sono un centinaio di chilometri su una pista in condizioni accettabili. I rimanenti settanta chilometri saranno i più impegnativi; dopo alcuni tratti sabbiosi, la pista si addentra in una zona collinare, dobbiamo affrontare alcune brevi ma ripide salite. Il fondo è molto sconnesso, per la presenza di grosse pietre e per la limitata altezza da terra della vettura, Adriana, Daniela e Roberto sono costretti a scendere dall'auto e a percorrere alcuni brevi tratti a piedi. In un paio di occasioni dobbiamo spostare alcune grossi sassi che ci impediscono il passaggio. Mentre all'ombra di alcuni baobab ammiriamo il paesaggio, dominato dalle Zebra mountains, vediamo sopraggiungere una giovane donna Himba con le sue due bimbe che si sta recando al proprio villaggio. La pista migliora, dopo oltre sette ore di viaggio dall'alto di una collina vediamo una piana desertica punteggiata di minuscole capanne. Il fragore dell'acqua che si infrange sulle rocce ci fa capire che finalmente siamo giunti alle Epupa Falls. In pochi minuti, siamo al palmeto sulle rive del fiume Kunene, che in questo punto si apre a ventaglio per un fronte di cinquecento metri e precipita a valle attraverso le rocce con un salto di circa quaranta metri. Siamo nella stagione secca, il fiume non ha una grande portata ma il salto è ugualmente impressionante. Al tramonto ci arrampichiamo su una collina; il cielo fino a pochi istanti prima di un azzurro intenso, si colora di un rosso sempre più cupo, mentre il fiume, le palme che contornano la riva, ed il minuscolo villaggio himba sprofondano nell'oscurità.

Giovedì 12 ottobre - Al campeggio un ragazzo Himba ci propone di risalire un tratto di fiume per recarci a vedere i coccodrilli. Accettiamo, verso le 8, con il sole già alto ci mettiamo in cammino. Per circa tre chilometri seguiamo la pista che costeggiando il fiume Kunene conduce a Ruacana; imboccato un sentiero ci ritroviamo dapprima in una pietraia e successivamente nella savana. La vegetazione è molto fitta, incontriamo uomini e ragazzi che sorvegliano gli animali al pascolo; hanno un portamento fiero ed un corpo statuario, alcuni indossano come ornamento dei bracciali di metallo. Dopo circa un'ora di cammino giungiamo in un punto in cui l'acqua del fiume scorre lentamente; sulla spiaggia, due coccodrilli immobili si stanno crogiolando al sole, un terzo enorme, che in un primo tempo scambiamo per un tronco d'albero, è in acqua. Poco distante una piccola imbarcazione che collega un isolotto abitato con la terraferma, sta per giungere a riva. Ritornati sui nostri passi, in auto, lasciamo la pista principale che parte da Epupa Falls, per dirigerci ad alcuni villaggi Himba. Nelle minuscole capanne fatte di legna e fango, troviamo solo donne e bambini; gli uomini sono al pascolo con gli animali. Indossano un corto gonnellino di pelle di capra ed hanno il corpo ricoperto di un impasto fatto con ocra, cenere e grasso che conferisce una colorazione rossastra. Le treccine dell'acconciatura, impastate anch'esse con grasso ed ocra, sono adornate da un ciuffo di pelle di antilope, che viene rivoltato all'indietro dalle donne rimaste vedove. Fin da bambine portano al collo pesanti monili di metallo dalle forme più disparate; alcune indossano anche una collana con una grossa conchiglia che scende fra i seni, sono coloro che hanno già dato alla luce il primo figlio.

Venerdì 13 ottobre - Mi alzo che è ancora buio. Aspetto il sorgere del sole seduto sulle rocce vicino al salto principale; nella gola le goccioline d'acqua in sospensione e i primi raggi di sole danno vita ad un arcobaleno mentre cielo ed acqua assumono una colorazione dorata sempre più intensa. Lasciamo le cascate ed il fiume Kunene per rientrare ad Opuwo; la pista percorsa questa volta in senso contrario, ci sembra meno ostica. Lungo il tragitto giovani himba ci chiedono un passaggio; impossibile accontentarli. Fatto il primo tratto di pista, il più accidentato, tiriamo un sospiro di sollievo. Prima di giungere ad Opuwo, due tedeschi, che con il loro fuoristrada ci avevano superato strada facendo, ci fanno segno di fermarci. Hanno forato, il loro martinetto ha ceduto e ci chiedono di aiutarli; con l'ausilio del nostro martinetto e di alcune pietre riusciamo a sollevare il fuoristrada e sostituire lo pneumatico. Giungiamo ad Opuwo nel pomeriggio, in tempo per rifornirci di carburante e per recarci nel misero emporio ad acquistare qualche provvista.

Sabato 14 ottobre - Toccato il punto più settentrionale, riprendiamo il nostro viaggio, dirigendoci verso sud. Facciamo una prima sosta a Sesfontein, minuscolo e polveroso villaggio, con un vecchio fortino tedesco trasformato recentemente in un lodge e dove passeggiando per il villaggio incontriamo alcune donne herero che sfoggiano splendidi vestiti dai colori sgargianti ed il caratteristico copricapo a forma di corno. Abbiamo lasciato l'arido e inospitale Kaokoveld; siamo nel Damaraland, terra dai colorati paesaggi montani. Davanti ai nostri occhi, scenari immensi e stupendi; il verde degli alberi ed il rosso delle brulle alture rocciose contrastano con il giallo della savana. Ritroviamo gli animali: antilopi, zebre, giraffe e struzzi si aggirano per il veld. Ci fermiamo a Warmquelle, località insignificante sperduta nella savana dove ci sono delle sorgenti di acqua calda, prima di giungere a sera all'Aba Huab Camp, un campo spartano lungo il letto in secca del fiume Huab, in un luogo incantevole e selvaggio.

Domenica 15 ottobre - Ci rechiamo a Twyfelfontein, dove si trova una delle maggiori concentrazioni di arte rupestre del continente africano, graffiti eseguiti scolpendo la patina superficiale dell'arenaria e realizzati presumibilmente da cacciatori boscimani, circa 6.000 anni fa. Incisioni che raffigurano animali, in prevalenza giraffe, rinoceronti ed elefanti, esseri umani e disegni geometrici, tutti ottimamente conservati. Conclusa la nostra passeggiata alla Wave rock, una roccia a forma di artiglio, da cui si gode di un'ottima vista sull'intera vallata sottostante, risaliamo in auto, per dirigerci verso il borgo di Uis; lungo la strada facciamo tappa alla foresta pietrificata, un angolo di veld, dichiarato monumento nazionale, in cui è possibile vedere alcuni tronchi pietrificati, che si calcola risalgano all'incirca a 250 milioni di anni fa. Purtroppo la maggior parte dei tronchi si è frantumata in blocchi di ogni forma e dimensione; solo alcuni sono ancora integri a terra ma è stupefacente osservare come la corteccia e gli anelli del fusto si siano mantenuti in condizioni così perfette, da non sembrare appartenere ad un fossile.

Lunedì 16 ottobre - Lasciamo Uis, piccolo anonimo borgo minerario per raggiungere attraverso una pista polverosa il massiccio del Brandberg, che con i suoi 2.573 metri è il monte più alto della Namibia. Le pitture rupestri di Tsibab Ravine, dipinte presumibilmente dai boscimani e la cui datazione è ancora incerta, devono la loro fama ai graffiti della Signora bianca del Brandberg. Pagato il biglietto, veniamo presi in consegna da una guida che ci scorta lungo il sentiero che dolcemente sale verso le propaggini del massiccio. Camminiamo per circa un'ora sotto un sole implacabile, poi finalmente, dipinte su grossi massi ed in piccole grotte, le pitture rupestri; figure stilizzate di animali e persone tra cui la cosiddetta White Lady, una figura che imbraccia arco e frecce ed ha il corpo dipinto di bianco. Sembra essere la figura centrale di una processione di caccia in cui compaiono anche altre figure femminili. Ritornati alla nostra auto, riprendiamo la strada per Twyfelfontein; ci fermiamo alle Burnt Mountain, desolata ed infuocata distesa di scorie vulcaniche ed alle Organ Pipes, le canne d'organo, inconsuete colonne di dolerite, alte 3/4 metri situate in una piccola gola. Ritornando verso Aba Huab camp; ci arrampichiamo su una piccola altura per ammirare il paesaggio come sempre straordinario nella calda luce del tramonto.

Martedì 17 ottobre - Partiamo all'alba. Ci trasferiamo nella umida e nebbiosa Skeleton Coast, la costa degli scheletri, luogo dal nome sinistro a cui sono legate molte storie di navi e di naufragi. Giunti all'ingresso di Springbokwater, acquistiamo il biglietto che ci consente di attraversare lo Skeleton coast park. Nel parco non sono consentite visite di un solo giorno; aggiriamo l'ostacolo, acquistando il permesso di transito. Dovremo presentarci all'uscita meridionale di Ugabmund entro le ore 17; così facendo abbiamo tutta la giornata a disposizione. Dopo pochi chilometri ci troviamo immersi in un paesaggio lunare, la pista di sabbia e sale si snoda in mezzo ad alte dune di sabbia scura. Ne scaliamo una; l'oceano è lontanissimo, davanti a noi solo sabbia. Senza mai perdere come riferimento il punto in cui ci siamo arrampicati, io e Daniela, ci inoltriamo per un lungo tratto nel mare di sabbia che ci divide dall'oceano. Troviamo i resti di due animali; solo scalando l'ennesima duna riusciamo a vedere in lontananza l'oceano. Ritornati sui nostri passi, proseguiamo verso sud, la pista finalmente giunge a costeggiare l'oceano. Facciamo una sosta ad una piattaforma in disuso divenuta dimora di decine di cormorani ed ad un vecchia miniera dal nome curioso: Toscanini. E' abbandonata da molti anni ed i pochi edifici rimasti sono ormai in rovina. La nostra speranza di riuscire a vedere qualche relitto viene appagata quando, poco prima dell'uscita del parco, riusciamo ad individuare un imbarcazione quasi interamente corrosa dalla salsedine; si tratta del relitto di un peschereccio, il "Winston" naufragato nel 1970. Ora siamo nella National West Recreation Area; la pista, ricoperta da uno strato di sale che la rende particolarmente scivolosa nelle zone più umide, costeggia l'oceano; siamo prossimi al Mile 108, il luogo dove disturbati da un vento freddo e fastidioso, montiamo le tende.

Mercoledì 18 ottobre - Il vento gelido alzatosi ieri nel pomeriggio non da tregua; per tutta la notte ha soffiato violento sulle nostre tende ed ancora non accenna a diminuire. Una nebbia fitta, carica di umidità, avvolge la spiaggia; in un clima, non certo africano, smontiamo le tende. Fa freddo. Ci riscaldiamo in auto mentre ci dirigiamo verso Cape Cross. Qui approdò nel 1486, il primo navigatore europeo sbarcato sulle coste namibiane, il portoghese Diego Cao. E qui si trova anche una colonia di otarie del Capo, popolata da decine di migliaia di esemplari, che in queste acque trovano un abbondante concentrazione di pesce spinto dalla forte corrente fredda del Benguela. Alle 9, siamo al cancello d'ingresso. Lasciata l'auto, ci dirigiamo a piedi verso l'oceano; un basso muretto in sassi, oltre il quale non è consentito andare, delimita la spiaggia. Sdraiate davanti ai nostri occhi migliaia di otarie. Oziano, riposano; alcune stanno allattando i propri cuccioli, altre sono immerse nelle acque gelide dell'oceano. Notiamo per la mole gigantesca alcuni maschi. Tantissimi i cuccioli, i più intraprendenti scavalcano il muretto e vengono fino a nostri piedi o se ne vanno a curiosare nei locali adibiti a toilettes. Uno spettacolo indimenticabile per la quantità di animali e per il fetore che emettono. Riprendiamo la pista salata; attraversata Henties Bay giungiamo a Swakopmund, la principale località di villeggiatura della Namibia.

Giovedì 19 ottobre - Dopo tante notti in tenda, abbiamo riposato in un letto; al camping municipale abbiamo affittato uno chalet con due piccole camere, cucina e servizi. Ci rechiamo a Walwys Bay, città portuale ed industriale di primaria importanza per l'economia namibiana; siamo diretti alla laguna e alle vaste saline situate nei pressi della foce del fiume Kuiseb. Ci inoltriamo, percorrendo una pista di sabbia e sale che si snoda tra grossi bacini per l'evaporazione dell'acqua e la raccolta del sale, nella zona lagunare; da sola ospita la metà dei fenicotteri esistenti in Africa australe. Sono migliaia gli uccelli che vediamo: pellicani, garzette, aironi, fenicotteri rosa, fenicotteri minori; questi ultimi distinguibili per il piumaggio dalle sfumature più intense e dal becco di colore rosso. Ritornati a Swakopmund facciamo un giro per la cittadina, ricca di edifici storici, palazzi costruiti all'inizio del secolo scorso rispettando i canoni della più tradizionale architettura tedesca. Ci soffermiamo ad ammirarne alcuni, restaurati in maniera impeccabile in tempi recenti. Dopo aver fatto visita ad un famoso negozio di antiquariato che merita assolutamente una visita, saliamo sulla Damara Tower, una torre, un tempo serbatoio per l'acqua oggi museo e biblioteca, dalla cui sommità si gode uno splendido panorama.

Venerdì 20 ottobre - Dopo esserci recati negli uffici del MET ad acquistare il permesso necessario per percorrere la Welwitschia Drive, lasciamo Swakopmund. Imbocchiamo la C28, una larga strada sterrata che conduce alla parte più settentrionale del deserto del Namib. Stiamo dirigendoci verso l'interno; la nebbia che stamane avvolgeva la costa lentamente comincia a diradarsi lasciando filtrare i raggi di un timido sole. Dopo una ventina di chilometri lasciamo la statale per immetterci nella cosiddetta Welwitschia Drive, un percorso ad anello che conduce in un angolo di deserto dove riescono a vivere le Welwitschia Mirabilis, curiose piante secolari. La pista si snoda attraverso brulle colline ricoperte di licheni; giungiamo in un punto panoramico da cui si ha una magnifica vista su una enorme depressione, la Moon Landscape. Ciò che appare ai nostri occhi sembra effettivamente essere un paesaggio lunare; spoglie colline erose dall'acqua, valli sassose, piccoli crateri. Lasciata l'auto, a piedi, mi avventuro in una di queste valli desertiche dove l'unica forma di vita vegetale presente è costituita da muschi e licheni, accompagnato dal sibilo del vento che incuneandosi tra le basse colline solleva nuvole di sabbia. Seguendo la cartina fornitaci dall'ufficio del Turismo, proseguiamo fino ad una piccola pianura in cui sono presenti alcuni esemplari di Welwitschia Mirabilis, curiosa pianta dalla crescita estremamente lenta, che ben si è adattata alle difficili condizioni del deserto e che qui riesce a sopravvivere (la più longeva, la Welwitschia di Husab, ha circa 1.500 anni) traendo nutrimento dall'umidità della nebbia mattutina.

Sabato 21 ottobre - Lasciata Swakopmund, ancora avvolta dalla fitta nebbia mattutina, raggiungiamo Walwys Bay, per dirigerci verso l'interno su una delle statali che congiungono Windhoek con la costa atlantica, attraverso il deserto del Namib; il più antico del nostro pianeta. Percorriamo interminabili rettilinei, raramente incrociamo qualche veicolo; solo il vento che alza nuvole di polvere ci fa compagnia in questa ondulata distesa ghiaiosa. Attraversato il letto sabbioso del fiume Kuiseb, la strada riprende a salire, stiamo per avvicinarci al Kuiseb Pass. Il sole è ormai alto in cielo; decidiamo di non dirigerci direttamente a Solitaire, ma optiamo per un tragitto più lungo ma molto spettacolare, che ci porterà a fare il periplo del monte Gamsberg ed ad affrontare altri due passi alpini. Saliamo ai 2.334 metri del Gamsberg Pass, quindi attraversati gli sperduti e minuscoli villaggi di Isabis e Nauchas affrontiamo la ripida salita che conduce allo Spreetshoogte Pass. Attraversiamo paesaggi estremamente vari; al passo ci fermiamo per ammirare il panorama, prima di affrontare la ripidissima discesa che porta a Solitaire, punto di ristoro e di rifornimento sperduto in mezzo al veld, dal nome più che mai azzeccato. E' tardo pomeriggio quando arriviamo al campeggio situato all'ingresso del parco, proprio alle propaggini dei monti Naukluft.

Domenica 22 ottobre - Partiamo di primo mattino per un trekking di undici chilometri all'interno del parco; l'itinerario, Olive Trail, deve il suo nome alle piante di ulivo selvatico che crescono lungo la parte iniziale del trekking. Un ripido sentiero conduce ad un altopiano, a cui giungiamo dopo un'ora di faticoso cammino; babbuini, kudu ed antilopi saltarupe sono i padroni della scena mentre magnifiche vedute sui monti Naukluft, fanno da sfondo. Scendiamo dal versante opposto lungo un crinale che conduce ad un canyon; camminiamo per un lungo tratto nel letto asciutto di un fiume incassato fra alte pareti rocciose su cui crescono piante di euforbia e nidificano varie specie di uccelli. Siamo quasi al termine della gola, quando una vasta pozza d'acqua ci costringe ad un passaggio in parete; si tratta di un breve tratto in cui si passa mettendo i piedi in anfratti della roccia, tenendosi ad una catena fissata alla parete. Adriana alla vista del passaggio, si rifiuta di continuare. Si lascia convincere, dopo che Daniela e Roberto sono passati senza eccessivi problemi. Giunta a metà parete, si fa prendere dal panico e fra urla e pianti, sospesa a 4/5 metri dal suolo, non vuole più proseguire. Impieghiamo più di mezz'ora per calmarla e per farle percorrere i pochi metri che ancora rimangono. Superato anche quest'ultimo ostacolo, rientriamo al campeggio. Ci rimettiamo in viaggio, lasciamo i monti Naukluft per dirigerci verso la parte più conosciuta del deserto del Namib, le dune di Sossusvlei. Dopo un breve trasferimento giungiamo a Sesriem; prendiamo possesso della piazzola prenotata al MET di Windhoek e piazzate le tende ci rechiamo alla duna di Elim per assistere ad uno dei magici tramonti africani.

Lunedì 23 ottobre - Abbiamo avuto visite questa notte. Probabilmente degli sciacalli, venuti alla ricerca di cibo; li abbiamo sentiti aggirarsi fra le tende. Dopo aver assistito al sorgere del sole, percorriamo i 45 chilometri di strada asfaltata che separano il Sesriem campsite dal luogo più famoso e pubblicizzato di tutta la Namibia: Sossusvlei. Lasciata l'auto, percorriamo a piedi gli ultimi cinque chilometri di pista, percorribili solo con un mezzo a quattro ruote motrici, che separano il parcheggio dalla pozza e dalle dune. Alte dai 200 ai 300 metri ci appaiono all'improvviso in tutta la loro maestosità. Lentamente ci avviamo lungo la dorsale verso la cima di una delle dune più alte; la salita è abbastanza faticosa, la sabbia è soffice, si affonda. Giunti sulla sommità, ci guardiamo attorno; dune dalle forme e dai profili sempre diversi si perdono fino all'orizzonte. Scendiamo, lanciandoci in una corsa divertente e sfrenata lungo il crinale. Ci dirigiamo alla pozza; a riva, la crosta di fango arsa dal sole, si è frantumata con mille spaccature. Ci riposiamo all'ombra di alcune piante di acacia; una nota di verde nel bianco accecante della sabbia, nelle calde ore del mezzogiorno. Giungono alla pozza alcuni orici, con cautela si abbeverano. Riprendiamo il cammino, prima di ripercorrere la pista che ci porta all'auto, ci rechiamo alla Dead Vlei, pozza effimera prosciugata, dove secchi e contorti tronchi d'albero, spuntano dalla terra come fantasmi. E' ora di rientrare a Sesriem, facciamo ancora una sosta alla Duna 45, dove attendiamo il tramonto ai piedi della duna, vicino ai fusti di pittoreschi e scenografici alberi.

Martedì 24 ottobre - Proseguiamo il nostro viaggio verso sud, utilizzando una strada secondaria che attraversa il veld punteggiato di radi alberi di acacia e di bassi kopje dalle rocce rossastre, mentre in lontananza si stagliano le rosse dune del deserto del Namib. Non ci sono villaggi, non c'è traffico; solo natura e silenzio. Oltrepassata Aus, il paesaggio muta radicalmente; una interminabile grigia piana desertica domina ora, la scena. Riusciamo a vedere alcuni cavalli selvatici del deserto prima di incappare nei pressi del Garub pan, dove ci fermiamo per rimuovere il fascione del paraurti posteriore staccatosi nell'attraversamento di un fiume in secca, in una violenta tempesta di sabbia che ci costringe a procedere con cautela a causa della visibilità molto ridotta e del vento che crea pericolosi cumuli di sabbia sulla sede stradale. Giungiamo a Luderitz; le case costruite nella classica architettura teutonica, dipinte con colori sgargianti, la rendono simile più ad una cittadina tedesca che si affaccia sul mare del Nord che ad una località africana. Anche il clima ha poco di africano; indossato quanto di più pesante abbiamo con noi, per ripararci dal vento gelido che flagella la costa, ci rechiamo alla Diamond Hill, la collina che domina la città e su cui si trova la Fieldkirke, chiesa luterana che conserva sopra all'altare una bella vetrata istoriata.

Mercoledì 25 ottobre - Alle 7 siamo al porto, stamani vorremmo recarci ad Halifax Island per vedere la colonia di pinguini del Capo. Il sole è già alto in cielo, ma un vento gelido e fastidioso continua a flagellare la costa. Il mare è alquanto mosso; contattiamo lo skipper dello schooner "Sedina", un due alberi in legno, per sapere se si salpa. La partenza, prevista per le ore 8, è stata rimandata, in quanto il servizio meteo ha previsto per la mattinata un miglioramento. Dopo le 9, finalmente salpiamo; mentre attraversiamo la baia l'equipaggio ci fornisce di cerate per ripararci dagli spruzzi delle onde sollevate dalle raffiche a volte molto violente. L'oceano continua ad essere agitato; Howard, lo skipper, sembra quasi intenzionato a ritornare in porto, ma dopo un ultimo contatto radio con la Capitaneria di Porto che conferma l'attenuazione del vento, decide di uscire dalla baia e di puntare verso Halifax Island. Effettivamente di lì a poco, le condizioni migliorano; ci avviciniamo all'isola così da poter vedere, da qualche decina di metri, la numerosa colonia dei piccoli ed eleganti pinguini del Capo. Non è consentito sbarcare e così navighiamo lentamente sotto costa. Il vento è quasi cessato, il mare ora calmo ci consente di avvicinarci ulteriormente. A pochi metri dalla barca, sulle rocce, i pinguini oziano al sole. Quando è il momento di rientrare, una leggera brezza increspa il mare; lo skipper decide di alzare le vele e costeggiando Diaz Point rientriamo in porto. Nel pomeriggio, dopo aver dato il tempo a Daniela e ad Adriana di riprendersi dagli effetti del mal di mare, prendiamo la nostra auto per il periplo della penisola di Luderitz; raggiungiamo Diaz Point, scoglio collegato alla terraferma da una passerella in legno, dove è stata innalzata una croce in ricordo di Bartolomeo Diaz, primo esploratore europeo ad entrare nella baia. Nel braccio di mare, nuovamente agitato, che separa l'isolotto da Halifax Island abbiamo modo di vedere alcuni delfini compiere spettacolari evoluzioni. Proseguiamo; ci rechiamo a Grosse Bucht, spiaggia di sabbia nera, flagellata dal solito vento su cui giace arenato il relitto di una imbarcazione.

Giovedì 26 ottobre - Usciamo un poco più tardi del solito e dopo esserci recati in centro città ad acquistare i biglietti che consentono l'ingresso e la visita della città fantasma di Kolmanskop, percorriamo i nove chilometri che separano il vecchio centro diamantifero da Luderitz. Abbandonata da quasi mezzo secolo, Kolmanskop, tuttora di proprietà della società diamantifera CDM, ha un aspetto misterioso ed affascinante. Sorta agli inizi del 1900, era una piccola cittadina costruita in mezzo al deserto; oltre alle abitazioni per i lavoratori che si erano trasferiti con le famiglie e ad un quartiere per uomini soli, che ospitava 700/800 Ovambo che qui lavoravano ininterrottamente per sei mesi prima di ritornare ai rispettivi villaggi per un periodo di riposo altrettanto lungo, aveva anche un ospedale, un teatro, un casinò, un circolo ricreativo. La scoperta di giacimenti più ricchi ad Oranjemund, segnò l'inizio del declino; nel 1956 anche gli ultimi abitanti se ne andarono. Caduto nell'oblio, il villaggio per molti anni è rimasto abbandonato a se stesso. La natura si è così riappropriata delle opere costruite dall'uomo; le dune che tuttora sommergono parzialmente alcune costruzioni e la sabbia, penetrata ovunque, hanno creato ambientazioni suggestive e surreali. Alcune abitazioni, il teatro e la sala bowling sono state recuperate e gli ambienti restaurati e ricostruiti fedelmente utilizzando gli arredi originali della metà del secolo scorso. Rientrati in città, dedichiamo il resto della giornata alla visita di Luderitz, affascinante cittadina dalle case dipinte con colori sgargianti.

Venerdì 27 ottobre - Lasciata la costa atlantica imbocchiamo la statale B4, che percorriamo fino a Seeheim, prima di dirigerci ad Hobas, uno dei due punti di accesso all'area del Fish River Canyon. Lungo 161 e largo 27 chilometri, con i suoi 550 metri di profondità è uno dei più imponenti canyon del nostro pianeta. Ci rechiamo ai due punti panoramici da cui si godono delle ottime vedute sulla parte settentrionale del canyon, il Main Viewpoint e l'Hikers Viewpoint, che situato un poco più a nord ci permette di ammirare un magnifico tramonto sulla stretta ansa sottostante, chiamata l'Angolo dell'Inferno.

Sabato 28 ottobre - Con la fredda e radente luce del mattino, ritorniamo al canyon. Dopo aver sostato nuovamente al Main Viewpoint, imbocchiamo la pista sassosa che conduce verso la parte meridionale del canyon. Procediamo lentamente; la pista costeggiando il canyon offre vedute spettacolari. Dopo alcune soste nei punti più panoramici, giungiamo al South Viewpoint. Di fronte a noi, formazioni rocciose, pinnacoli di pietra. In fondo al canyon, il Fish River, in secca in questo periodo dell'anno, forma piccole pozze d'acqua fra le rocce. Ritornati ad Hobas, smontiamo le tende; ci spostiamo ad Ai Ais. La strada che dall'altopiano scende ad Ai Ais è molto suggestiva, ripidi tornanti tagliano la parete rocciosa del canyon fino a raggiungere il letto del fiume Fish, sulle cui rive sorge il complesso termale di Ai Ais, frequentato da turisti namibiani e sudafricani. Siamo quasi al termine del nostro viaggio ed anche noi ci concediamo un pomeriggio di relax che trascorriamo nella piscina alimentata da calde acque sulfuree che sgorgano dal sottosuolo ad una temperatura di circa sessanta gradi.

Domenica 29 ottobre - Ritemprati, ci rimettiamo in viaggio. Seguiamo la C10 fino a Grunau, per poi immetterci sulla B1, la statale proveniente dal Sudafrica. A Keetmanshop ci rechiamo alla vicina Gariganus farm ove è possibile vedere il più grande bosco di kokerboom (Aloe dichotoma), pianta molto diffusa in tutta la Namibia meridionale, appartenente alla famiglia delle aloe, che può raggiungere un altezza massima di otto metri. Viene chiamato anche albero faretra, in quanto i cacciatori boscimani utilizzavano i rami, dopo averne estratto il tessuto fibroso, come custodia per le frecce. All'ingresso della farm, due bellissimi esemplari di giovani ghepardi sono racchiusi in un recinto. Keetmanshop non offre altro e così decidiamo di raggiungere direttamente Windhoek. La statale B1 è in ottime condizioni, il traffico scarso; alle 19 giungiamo nella capitale.

Lunedì 30 ottobre - Situata sull'altopiano centrale, a circa 1.600 metri di altitudine, Windhoek, la capitale della Namibia, è una cittadina dall'atmosfera vagamente tedesca. Il centro, fulcro delle attività commerciali, amministrative e governative, caratterizzato da un insieme di palazzi coloniali e di moderne ed appariscenti costruzioni non occupa una superficie molto estesa. Lasciata l'auto, dopo una rapida visita alla vecchia stazione ferroviaria, costruita nel 1912 in stile olandese del Capo ed alla vecchia locomotiva tedesca del 1899, posta nel piazzale antistante, ci incamminiamo lungo Meinert Strasse alla volta della cattedrale anglicana di San Giorgio e dell'Owela Museum dedicato alla storia culturale del paese. Proseguiamo lungo Mugabe Avenue; quando siamo nei pressi della State House, la residenza del presidente della repubblica, veniamo "invitati" da alcuni poliziotti a modificare il nostro itinerario. Così dopo esserci recati al Tintenpalast, il Parlamento, ci dirigiamo alla Christus Kirche, la chiesa luterana ed al vicino Alte Feste, l'edificio più antico della città, un vecchio forte del 1890 eretto per ospitare una guarnigione militare e che ora ospita un interessante museo che ripercorre la storia dell'Africa del Sud Ovest, oggi Namibia, dal periodo coloniale fino all'indipendenza ottenuta nel 1990. Attraverso il verde Zoo park ci portiamo nel cuore della zona commerciale, Post St. Mall, dove tra bancarelle multietniche è possibile vedere trentatre meteoriti facenti parte della pioggia meteoritica che 600 milioni di anni fa si abbattè nei dintorni di Gibeon nella Namibia meridionale.

Martedì 31 ottobre - Ritorniamo in centro, mentre passeggiamo per le animate vie cittadine e i nostri sguardi si fermano sugli austeri edifici coloniali dell'inizio del secolo scorso, a Daniela ed ad Adriana non sfuggono neppure gli oggetti esposti da robuste donne herero su improvvisate bancarelle o nelle vetrine di negozi più pretenziosi. E così dopo la rituale contrattazione, non si lasciano scappare l'opportunità di effettuare alcuni acquisti. Non saranno gli ultimi. Nel pomeriggio, in auto, ci dirigiamo alla periferia della città; attraversata la township nera di Katutura, dove le case sono decorate da colorati murales che hanno per tema l'indipendenza, raggiungiamo non senza difficoltà il lago artificiale di Goreangab Dam sulle cui rive, a Penduka, un gruppo di donne locali ha fondato una cooperativa dove Daniela provvederà ad effettuare gli ultimi acquisti.

Mercoledì 1 novembre - Decidiamo di trascorrere il nostro ultimo giorno di permanenza in Namibia, a contatto con la natura e gli animali. Dopo aver ultimato i preparativi per il rientro ci rechiamo al Daan Viljoen Game Park, un piccolo parco sull'altipiano centrale fra le colline del Khomas Hochland, a venticinque chilometri da Windhoek. Lasciata l'auto, facciamo un breve trekking attraverso la bassa vegetazione tipica di queste colline popolate da zebre di montagna, antilopi, gazzelle, kudu, gemsbok, eland, scimmie e babbuini nonchè da tantissime specie di uccelli, alcune delle quali endemiche. L'assenza di animali feroci e di predatori, consente di muoversi liberamente a piedi, lungo itinerari appositamente predisposti. Alle 16 lasciamo il parco. Il viaggio volge al termine; ci rechiamo in aeroporto e dopo aver riconsegnato l'auto ed imbarcati i bagagli attendiamo la partenza del volo che via Francoforte ci riporterà a Malpensa dove giungiamo l'indomani accolti da una fredda e piovosa giornata invernale.
 
 
 
 
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