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" Le oasi del Deserto Occidentale "
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Un viaggio nelle oasi del Deserto Occidentale lungo le antiche rotte carovaniere tra Libia e Sudan, in una regione tra le meno conosciute d’Egitto abitata da berberi e beduini.
Dall’oasi di Fayoum, dove scheletri fossili di balene preistoriche giacciono sulle sabbie di Wadi el Hitan e dove laghi dalle acque cristalline riflettono dune color ocra, alle formazioni rocciose dalle forme bizzarre del Deserto Bianco; dalle scure e desolate colline vulcaniche del deserto Nero alle oasi di Kharga, El Qsar, Farafra e Siwa che conservano rovine di fortezze romane, tombe affrescate in cui l’arte faraonica si unisce a quella dell’impero romano e medine di epoca ottomana.
Sabato 7 febbraio - In una fredda e grigia mattina invernale sotto un cielo carico di nuvole partiamo alla volta dell’aeroporto di Milano Malpensa. Lungo il tragitto riceviamo una e-mail da Egyptair in cui ci comunicano che il volo subirà un ritardo; tra attesa ed un ulteriore slittamento, la partenza viene posticipata di novanta minuti e solo alle 15.00 decolliamo per il Cairo dove arriviamo dopo un volo tranquillo, alle 19.20 ora locale, con un’ora persa per il cambio di fuso orario. Velocemente superiamo il controllo dei documenti, come pure celere è la riconsegna dei bagagli. Acquistiamo le sim Vodafone locali, cambiamo la valuta ed attendiamo l’arrivo del volo da Roma con Claudia e Roberto, i nostri amici di Firenze con cui ritorniamo in Egitto, dove trentaquattro anni fa era nata la nostra amicizia. Anche il loro volo è vittima dei ritardi e l’arrivo previsto per le 21.45 slitta alle 23.15; solo dopo mezzanotte a causa del protrarsi della consegna dei loro bagagli possiamo presentarci al banco della Sixt dove ci viene comunicato che l’auto prenotata e pagata anticipatamente, un suv Toyota Fortuner, non è disponibile. L’addetto vuole farci un upgrade a pagamento e solo dopo una interminabile discussione ed una lunga trattativa, riusciamo a fare valere le nostre ragioni e farci consegnare un mezzo simile, seppur di categoria superiore, a quello da noi richiesto: una Jeep Grand Cherokee. Finalmente possiamo raggiungere l’hotel prenotato a Giza; solo alle 3.30 riusciamo a toccare il letto dopo aver attraversato la città percorrendo, nel cuore della notte, strade ancora parecchio trafficate.
Domenica 8 febbraio - Un riposo di poche ore ed alle 8.15 siamo pronti per immetterci nel traffico caotico di Giza. Percorrendo l’autostrada del deserto puntiamo verso la regione del Fayoum, una vasta depressione situata a sud-ovest del Cairo, tutt’oggi alimentata dalle acque del Nilo grazie ad una canalizzazione fatta nell’antichità da cui si ramifica una fitta rete di canali secondari. Al bivio per Qarun lake, lasciamo l'autostrada e percorrendo strade secondarie, ci immergiamo in una realtà rurale ferma nel tempo, tra campagna coltivata e piccoli villaggi dove i contadini si recano al lavoro nei campi sul proprio asinello. Costeggiando il lago, arriviamo a Tunis; depositati i bagagli in hotel, raggiungiamo il bivio dove inizia la strada, un tempo asfaltata ed ora quasi interamente sterrata, che attraverso il deserto porta al parco nazionale di Wadi Al Hitan, sito paleontologico con gli scheletri dei precursori delle attuali balene. Lasciata l’auto ci addentriamo in un paesaggio stupendo tra formazioni geologiche di calcare ed argilla gessosa modellate dagli agenti atmosferici e dove possiamo ammirare alcuni scheletri di balene preistoriche, adagiati sulla sabbia di quello che milioni di anni era il mare di Tetide. Nel primo pomeriggio, ripercorriamo in senso contrario la strada del mattino e transitando per le dune di Qusar Arab raggiungiamo il parco di Wadi el Rayan. Con un percorso fuoristradistico tra dune e rocce raggiungiamo i laghi incastonati tra le sabbie del deserto e dai diversi punti panoramici possiamo ammirare le dune che contornano il Magic lake ed il Wadi el Rayan. In serata facciamo ritorno a Tunis e con il sole ormai tramontato attraversiamo il vecchio borgo dove sono presenti molti laboratori artigianali di ceramica.
Lunedì 9 febbraio - Partiamo all’alba per una lunga giornata di viaggio; tanti sono infatti i chilometri da percorrere oggi. Attraverso la campagna coltivata ed i villaggi rurali che cominciano ad animarsi, ci dirigiamo verso la cittadina di El Fayoum. Attraversiamo il piccolo borgo di El Shahed dove le fornaci di mattoni sono già in piena attività ed attraversandolo ci fermiamo ad osservare il lavoro di uomini e ragazzi che accatastano in lunghe file, ricoprendoli con paglia, i mattoni crudi posti ad essiccare lungo la strada. Nella cittadina successiva, Ibshway, capitiamo invece nel mezzo del mercato che si tiene nella via principale del paese; a fatica ci districhiamo tra tuk-tuk e bancarelle prima di fermarci e girare per l’animato mercato che offre spunti fotografici autentici della vita quotidiana mentre gruppi di bambini e ragazzi lo attraversano per recarsi a scuola. Raggiunta l’autostrada puntiamo decisamente verso sud e dopo duecentottanta chilometri deviamo sulla strada che collega Farafra alla valle del Nilo per raggiungere la grotta di Djara, un ampio antro sotterraneo, molto bello e dal clima sorprendentemente fresco, con spettacolari stalattiti e stalagmiti che in un silenzio assoluto, creano architetture naturali. Nel pomeriggio percorriamo a ritroso gli oltre cento chilometri che ci riportano al bivio con la strada 35, che riprendiamo per dirigerci nuovamente verso sud; un altro lungo tratto di autostrada, ed imbocchiamo la strada 33 che attraversa il deserto. A sessantotto chilometri dalla meta finale odierna, ad un posto di controllo, la polizia non ci lascia più proseguire da soli; dobbiamo attendere un’ora e mezza prima che dalla città arrivi la scorta che deve accompagnarci a Kharga, la più popolata e meridionale delle oasi egiziane. Abitata fin dal Neolitico, ebbe una grande espansione durante il periodo tolemaico, intorno al III° secolo a. C. essendo stata un importante crocevia delle piste che la collegavano alle altre oasi ed alla valle del Nilo.
Martedì 10 febbraio - Come ci aspettavamo, a Kharga la libertà di movimento ha un prezzo: la scorta armata obbligatoria. Per non perdere troppo tempo, ci accordiamo per raggiungere Qsar el Labkha da soli; i militari ci raggiungeranno con calma sul posto. Alle 8.15 riusciamo a partire e dopo aver percorso a ritroso una ventina di chilometri della strada 33 già fatta ieri sera, raggiungiamo, percorrendo una pista, una minuscola oasi situata nel mezzo di un desolato paesaggio desertico che conserva in uno scenario naturale i resti di una maestosa fortezza romana, di un paio di templi e di una vasta necropoli. Prima che la scorta giunga sul posto, facciamo in tempo a visitare le rovine del castello, costruito in mattoni crudi e che osservato da sud, pare essere quasi intatto. Ci spostiamo quindi all’oasi e successivamente alle rovine di un tempio attorniato da un tappeto di cocci di vasi risalenti ai primi secoli dopo Cristo. Siamo lungo quello che era il confine meridionale dell’Impero Romano; un avamposto che testimonia la penetrazione romana nel deserto egiziano da cui si controllava il flusso carovaniero diretto verso occidente. Scortati da due fuoristrada e sei poliziotti, facciamo ritorno in città, dove ci viene sostituita la scorta ed una sola auto con tre militari ci condurranno a vedere le rovine di Qsar Ad Dush. Percorriamo dapprima la strada 33 per poi inoltrarci nel deserto percorrendo una strada asfaltata molto dissestata. Accompagnati dai militari armati e dal guardiano del sito saliamo sulla cima della collina su cui sorge ciò che resta della fortezza, al cui interno si è conservato un tempio decorato con incisioni raffiguranti le dee Serapide ed Iside. Sulla via del ritorno, facciamo una sosta nel villaggio di Baris, per vedere un insieme di costruzioni opera del celebre architetto egiziano Hassan Fathy, un esperimento di architettura in terra cruda, dotato di sistemi di ventilazione naturale pensati per il deserto, progettato nel 1967 ed oggi ridotto ad essere un fantasma architettonico abbandonato. Dopo un giro a piedi per le vie del villaggio, ci addentriamo anche nel suq e nella villa che Fathy si era fatto costruire, entrambe opere abbandonate, testimonianze silenziose di un sogno utopico. Con la scorta che ci ha accompagnato ovunque, facciamo ritorno a Kharga; domani proseguiremo il nostro viaggio attraverso le altre oasi della regione, dove la storia millenaria si intreccia con paesaggi che sembrano appartenere ad un altro pianeta.
Mercoledì 11 febbraio - Sempre accompagnati dai militari, raggiungiamo la periferia della città e su una collina al margine del deserto visitiamo la necropoli di Bagawat, una delle più antiche e importanti necropoli cristiane nel mondo. Un sito bello ed interessante che risale al IV° secolo, molto vasto essendo costituito da duecentosessantatre tombe-cappelle in mattoni crudi, molte delle quali ancora in buone condizioni: in due di queste, la cappella della Pace e la cappella dell’Esodo, si sono conservati degli affreschi che pur nella loro semplicità rudimentale, raffigurano passaggi dell’Antico Testamento. La meta successiva è nelle immediate vicinanze; qualche centinaio di metri e raggiungiamo il Tempio di Ibis, che ci riporta invece all'epoca persiana durante il regno dell’imperatore Dario: una struttura monumentale, ampiamente ricostruita, dedicata al dio Amon, dove i bassorilievi sono ancora sorprendentemente belli e nitidi. Dopo un ulteriore cambio di scorta ci spostiamo a Ezbet Bashendi, villaggio contadino che deve il suo nome ad un principe indiano stabilitosi nell’XI° secolo. Visitiamo la tomba del pascià Bashandi per poi perderci nei vicoli tra case di fango dipinte e decorate, dove assistiamo ai giochi di tanti bambini curiosi. Sempre sotto scorta, ci spostiamo alla mastaba di Khentika, una tomba monumentale utilizzata durante le prime fasi della civiltà egizia, situata una decina di metri sottoterra in cui è presente un appartamento funerario fittamente decorato e poi alla necropoli di Ain Asil, dove vediamo i resti delle fondamenta delle tombe. Chiudiamo la giornata esplorando la medina medioevale di Balat Islamiya; molto bella e particolare, è un intricato intreccio di passaggi coperti, stretti e freschi, vie di comunicazione fra le case, dove visitiamo l’antico mulino utilizzato per la macina del grano ed il frantoio per la spremitura delle olive. Visitiamo l’interno di un paio di abitazioni salendo anche sui tetti per dominare con lo sguardo l’insieme della medina, prima di affrontare l’ultimo trasferimento odierno, quello verso El Qasr, dove ci rilassiamo con un meritato bagno nelle calde acque termali.
Giovedì 12 febbraio - Dal limitare del deserto percorriamo i pochi chilometri che ci separano dalla periferia del villaggio dove troviamo ad attenderci la solita scorta della polizia, che preavvisata telefonicamente dall’hotel, ci accompagna all’ingresso dell’antico villaggio fortificato, risalente all’XI° secolo, dove veniamo affidati al custode del sito che ha il compito di guidarci nella visita della medina. Molto bella, è un labirintico susseguirsi di strette vie e vicoli coperti che si dipanano tra le abitazioni, edificate con mattoni di fango ed impreziosite da architravi lignei intagliati e decorati con il nome del proprietario e la data di costruzione. Entriamo in diversi edifici abbandonati, esempio di un’architettura tradizionale che sfrutta le proprietà dell’argilla cruda impastata con la paglia, quale forma di isolamento dalla torrida calura dei mesi estivi; visitiamo la moschea di Nasr el Din, risalente al periodo degli Ayubidi, che conserva all’interno una tomba e saliamo sul minareto conico da cui la vista spazia sull’intero villaggio. Visitiamo quindi il mulino per la macina del grano, costruito interamente in legno, ingranaggi compresi, simile a quello già visto ieri, ed il frantoio per la spremitura delle olive. Dopo un lungo giro per i vicoli del borgo, che oltre a mantenere la frescura proteggono gli abitanti dalle frequenti tempeste di sabbia, ripresa l’auto, ci trasferiamo alla necropoli di Qarat al Muzawaka, situata poco fuori il villaggio ed in cui si trovano oltre trecento tombe. Alcune, piccole ma molto belle, quali quelle dei funzionari Petosiris e Petubastis, sono integralmente affrescate e perfettamente conservate; le raffigurazioni di Hathor, Anubi, Osiride e dei riti funerari, propri delle tombe dell’Egitto faraonico, risaltano ancora grazie ai vividi colori originari. Ci spostiamo quindi al monumento più famoso dell’oasi di Dakhla, il tempio di Deir Al Haggar, dedicato agli dei Amon-Ra, Mut e Khonsu, eretto in posizione isolata al limitare del deserto all’epoca dell’imperatore Nerone ed abbellito con bassorilievi nei successivi regni di Vespasiano, Tito e Domiziano. Lasciamo Al Qasr, con la polizia che questa volta ci accompagna fino all’imbocco della nuovissima superstrada a tre corsie: il fondo perfetto ed il traffico inesistente, ci permettono di procedere molto speditamente, in totale libertà, fino a Farafra dove ci incontriamo con Abed El Maboud Abbouda, titolare del Rahala Safari con cui definiamo gli ultimi dettagli per il tour nel Deserto Bianco.
Venerdì 13 febbraio - Lasciata la nostra auto nel parcheggio dell'hotel, partiamo alla scoperta del deserto occidentale con i mezzi messici a disposizione da Abed: un Mitsubishi Pajero per noi ed i nostri bagagli, condotto da Ahmeda, la nostra guida, ed un vecchio Toyota LJ70 su cui viaggiano il cuoco ed il suo aiutante, con tutto il necessario per l’allestimento dei campi notturni. Percorrendo la strada asfaltata per Bahariya, raggiungiamo dapprima la Crystal Mountain, un raggruppamento imponente di differenti tipologie di cristalli, che deve il suo nome alla presenza di grossi cristalli di calcite, per poi ripiegare verso sud attraverso quello che viene chiamato il deserto “vecchio”, la parte settentrionale del Sahara el Beida, meglio conosciuto con il nome di Deserto Bianco. Una depressione di circa tremila chilometri quadrati in cui la realtà supera l'immaginazione, dove il deserto smette di essere solo sabbia. Rocce bianchissime, simili a distese nevose, affiorano dal terreno; da esse si innalzano i chalk, pinnacoli dalle forme bizzarre e fantasiose, costituite dai resti di miliardi di microrganismi marini risalenti a circa cento milioni di anni fa, accumulatisi sul fondale marino. Una volta che il mare si è ritirato, gli agenti atmosferici hanno modellato straordinarie sculture naturali, dando forma, in uno dei luoghi più incredibili del Sahara, a pinnacoli, funghi e monoliti di un bianco abbacinante che contrasta con le sfumature ocra della sabbia. Tra nuvole di sabbia sollevate da un vento fastidioso che colora il cielo di un'innaturale tinta rosata raggiungiamo l'Eye Rock, formazione rocciosa attraversata da un perfetto arco naturale, nelle cui vicinanze, ai piedi di una serie di dune ci accampiamo per il primo campo tendato.
Sabato 14 febbraio - Continuiamo la nostra avventura con un'immersione totale nel Deserto Bianco esplorando la zona "nuova", dove si trovano sculture naturali e formazioni rocciose modellate dal tempo, dalle forme davvero uniche. E’ l’area più visitata che custodisce anche antiche meraviglie, come la sorgente naturale attorniata dalla vegetazione di Ain Serw o l'oasi di Ein Khadrav, dove facciamo una sosta come in passato facevano le carovane, per poi raggiungere in uno scenografico intercalarsi di dune, falesie e torri rocciose, il deserto di Aqabat dove ci fermiamo per il secondo campo tendato. Mentre aspettiamo che ci venga servita la cena, un piccolo ospite fa la sua comparsa: un fennec, la volpe del deserto dalle grandi orecchie, che con incredibile audacia, incurante della nostra presenza, si è avvicinato per cercare di appropriarsi di una confezione di dolci.
Domenica 15 febbraio - Ci spostiamo nel West desert, ambiente di straordinaria bellezza naturale, con paesaggi maestosi che ci ricordano uno scenario lunare. Attraverso stupefacenti contrafforti panoramici caratterizzati da rilievi bianchi e rossastri facciamo ritorno nel deserto nuovo e dopo essere transitati dalla valle di Al Santa, in cui sopravvive l'albero più antico del deserto, simbolo di resistenza in un contesto estremo, ci fermiamo per il terzo ed ultimo campo nei pressi delle celebri rocce a forma di fungo e gallina, sotto un bellissimo cielo stellato che ci permette di ammirare la Via Lattea come solo il Sahara sa regalare.
Lunedì 16 febbraio - E’ il nostro ultimo giorno alla scoperta di questo angolo di Deserto occidentale e nel proseguire la nostra traversata verso sud raggiungiamo le imponenti dune di Karaween, dove troviamo un paesaggio diverso, più morbido e dorato, caratterizzato da alte dune sabbiose. Grazie alla perizia ed alla profonda conoscenza del deserto di Ahmeda, rientriamo soddisfatti a Farafra, per un tardo pomeriggio di riposo e giusto in tempo per ripararci da un vento insistente e da una tempesta di sabbia, che ci ricorda quanto questo ambiente può essere tanto bello quanto imprevedibile.
Martedì 17 febbraio - Ripresa la nostra auto, lasciamo l’oasi di Farafra per puntare verso nord e dirigerci all'oasi di Bahariya. Percorriamo la superstrada che costeggia la Crystal mountain e con il paesaggio che cambia drasticamente aspetto, entriamo nel Deserto Nero, il Sahara Saouda, zona caratterizzata da una depressione in cui antiche eruzioni vulcaniche hanno ricoperto di dolerite e di pietre basaltiche scure, le numerose colline dalla forma conica, creando un forte contrasto cromatico tra il nero delle rocce e la sottostante sabbia dorata; una combinazione di una bellezza straordinaria che rende il paesaggio unico. Dopo aver fatto a piedi il periplo del vulcano Marsos, montagna di rocce basaltiche che si eleva sulla piana desertica, ci spostiamo a Bahariya, cittadina polverosa, non bella, povera d'aspetto ma ricca di storia, essendo stata per secoli uno snodo cruciale per le carovane provenienti dal nord Africa e dirette alla Mecca. Depositati i bagagli in hotel ed avuto il benestare dalla polizia dopo il consueto controllo, ci dirigiamo al Museo delle Mummie Dorate: piccolo, ma singolare e molto interessante è composto da un’unica sala in cui sono esposte una decina di mummie di uomini, donne e bambini, caratterizzate da maschere dorate. Particolare il metodo usato per la mummificazione, chiamato cartonnage, che consisteva nel ricoprire il viso con una maschera di lino e gesso rivestita di oro zecchino. Poco distante visitiamo le splendide tombe sotterranee affrescate di Bannentiu e di Qaret Qsar Salim, con sale sepolcrali ipostile splendidamente decorate ed affrescate. E' quindi la volta del tempio di Ain Al Muftella, risalente alla XXVI° dinastia faraonica con alcune parti ricostruite nel periodo greco-romano, di cui purtroppo è rimasto poco e del tempio di Alessandro risalente anch’esso allo stesso periodo, che presenta rilievi ed iscrizioni ed unisce stili egizi e greci, ma di cui, anche in questo caso, poco è sopravissuto. Prima del tramonto, attraverso fitti ed estesi palmeti raggiungiamo le sponde del lago Birket Maram e le pendici del Gebel al Ingleez per fare poi ritorno in hotel percorrendo le strade polverose del paese.
Mercoledì 18 febbraio - Lasciamo Bahariya finalmente senza alcuna scorta o segnalazione alla polizia che già ieri aveva voluto sapere i nostri programmi odierni e godendoci la libertà di una strada a tre corsie lasciamo il deserto. Risaliamo verso Il Cairo, per poi deviare su autostrade nuovissime a cinque corsie, affiancate da complanari altrettanto vaste, verso la costa mediterranea, e superata New Sphinx City, nuovo insediamento urbano situato in una zona in cui nuove aree coltivate stanno strappando terreno coltivabile alla desertificazione, proseguiamo per El Alamein, luogo in cui, la memoria storica della Seconda Guerra Mondiale si scontra con le nuove mastodontiche ed infinite costruzioni, di un Egitto proiettato verso il futuro. La prima meta è il Sacrario Italiano situato nei pressi di “Quota 33”, un basso rilievo sulla linea del fronte, teatro di una delle battaglie più cruente della seconda guerra mondiale; battaglia avvenuta il 23 ottobre 1942, tra le truppe alleate del generale Montgomery e quelle di italo-tedesche guidate da Rommel. Visitiamo la torre che custodisce i resti dei caduti italiani ed il museo allestito con i cimeli ritrovati tra la sabbia sui campi di battaglia. Successivamente ci spostiamo al sacrario tedesco, fortezza ottagonale costruita su un promontorio che però è già chiusa ed al cimitero di guerra del Commonwealth che custodisce le tombe di militari inglesi, australiani e neozelandesi. Anch’esso sta per chiudere per via del Ramadan, ma la polizia ci concede il tempo per una rapida visita. Purtroppo i monumenti storici sono ormai assediati dagli immensi cantieri per la costruzione di hotel e resort da migliaia di appartamenti che stanno stravolgendo la fisionomia della costa; recandoci all’hotel prenotato a Porto Marina, passiamo di fronte al cippo commemorativo eretto in ricordo del valore dei militari italiani, oggi inglobato nella recinzione di un nuovissimo complesso residenziale.
Giovedì 19 febbraio - Utilizzando la superstrada che in un susseguirsi di cantieri edili attraversa El Alamein, raggiungiamo Marsa Matruh, località balneare che in questa stagione ci appare spettrale e deserta. Dopo una sosta al mercato libico, in cui troviamo aperti solamente tre o quattro negozi che vendono spezie, ci dirigiamo verso il mare. La "spiaggia di Rommel" e quella di "Cleopatra" ci lasciano basiti: la spazzatura gettata ovunque e l'abbandono regnano sovrani, con cumuli di macerie, lampioni stradali con i vetri rotti e case abbandonate o mai finite. Un quadro desolante di una città che ci appare molto sporca; quasi un clima di “day after”, che abbandoniamo volentieri per puntare verso l'oasi più isolata del paese: quella di Siwa. Lasciamo nuovamente la costa per il deserto percorrendo l'unica strada che attualmente possono percorrere i turisti stranieri, un cantiere infinito per via dei lavori di ampliamento, alquanto trafficata per la presenza di tantissimi autoarticolati che si recano o tornano da Siwa, con il sale estratto dalle saline, primo luogo che ci rechiamo a visitare. Tra grandi mucchi di sale, ci godiamo lo spettacolo offerto dalle vasche multicolori, che passano dal verde smeraldo, al turchese, al rosso intenso, separate da sottili piste di sale che percorriamo fino al tramontare del sole.
Venerdì 20 febbraio - La giornata odierna è dedicata alla visita dell’antica oasi carovaniera, la più isolata d’Egitto, abitata da una popolazione di ceppo berbero dedita prevalentemente all’agricoltura grazie alle coltivazioni di palme da dattero alimentate dall’acqua delle sorgenti termali. Con il sole appena sorto ci rechiamo ai resti diroccati dell’antica fortezza di Shali, in origine costituita da edifici alti quattro o cinque piani, eretti con grandi blocchi di kershef, tipico materiale locale costituito da un impasto di argilla, paglia e sale. Saliamo lungo i sentieri che si inerpicano verso la parte più alta della fortezza da cui si domina l’intero borgo medioevale e camminando per vicoli tortuosi che serpeggiano tra le rovine e le poche case restaurate tuttora abitate, ci rechiamo a vedere la moschea antica. Ripresa l’auto raggiungiamo la tomba ed il tempio di Si Amon, il Tempio dell’Oracolo dove Alessandro Magno si recò per farsi confermare figlio di Amon e la piscina di Cleopatra, una vasca in pietra circolare, dove la leggenda vuole che la regina fosse solita immergersi. Meta successiva le tombe rupestri di epoca romana di Bilad El Roum, scavate nella parete rocciosa di una falesia al limitare dell’area desertica, da cui facciamo ritorno costeggiando le sponde del lago Birket Siwa. Terminiamo la giornata passeggiando lungo la via principale di Siwa dove possiamo osservare, in questo periodo di Ramadan, la convulsa animazione della gente del luogo, composta quasi esclusivamente da uomini, che al calare del sole, dopo aver acquistato pane appena sfornato, fa rapidamente ritorno alle proprie abitazioni.
Sabato 21 febbraio - Iniziamo la giornata con la salita al monte Gebel Dakrur ai cui piedi si trova il nostro hotel e dalla cui cima si ammira un panorama a trecentosessanta gradi sull’oasi e sulle prime propaggini desertiche del grande Mare di Sabbia. Lungo la salita ci fermiamo a vedere due grandi tombe sotterranee risalenti all'epoca dell'antico Egitto; scavate nella roccia presentano un colonnato interno mentre sulle pareti notiamo la presenza di graffiti tra cui spiccano anche quelli lasciati da visitatori italiani nel 1919 e nel 1942. Al rientro, il proprietario dell’hotel, un avvocato egiziano-canadese, si propone per accompagnarci ai margini del deserto dove nascosto tra le dune, in un'area in cui sono presenti numerose nuove piantagioni di palme da dattero, scopriamo un piccolo lago sorgivo. La nostra visita volge ormai al termine: ci rechiamo nuovamente alla fortezza di Shali che attraversiamo per raggiungere una casa-museo, tipica abitazione tradizionale immersa in un palmeto che vorremmo visitare ma che troviamo chiusa. Ritornando all’auto, facciamo conoscenza con un egittologo toscano, Sergio Volpi, che ha scelto di vivere a Siwa dopo il pensionamento; un incontro estremamente interessante che ci ha permesso, grazie ai suoi racconti ricchi di nozioni e di informazioni, di approfondire la conoscenza sull’importanza di Siwa nell’antichità oltre a permetterci una più profonda comprensione della vita locale. Prima di affrontare l’ultimo lungo trasferimento della giornata ci rechiamo nuovamente alle saline, in un’area non toccata dalla visita dell’altro giorno, prima di affrontare nuovamente i trecento chilometri che ci separano da Marsa Matruh.
Domenica 22 febbraio - Ritornati sulle coste del Mediterraneo, ci dirigiamo ad Alessandria d'Egitto, la seconda città della nazione. La nostra prima meta sono le stupefacenti catacombe di Kom El-Suqqafa, un labirinto sotterraneo disposto su tre livelli; molto esteso, ospita tombe decorate da bellissimi bassorilievi in cui l'arte egizia si mescola con quella greco-romana. Percorrendo cunicoli e gallerie che ospitano centinaia di loculi scendiamo fino a raggiungere quella che è considerata la tomba principale, sul cui portale il dio egizio dei morti, Anubi, è rappresentato come un legionario romano mentre altre figure simboleggiano divinità greche. Usciti dal sottosuolo, ci immergiamo nel caos pittoresco del quartiere circostante dove giriamo per l’animatissimo mercato locale, per poi spostarci, districandoci nelle strette e trafficate vie del centro storico alla biblioteca Alexandrina; a causa del Ramadan, la biblioteca così come il Forte di Qaitbey, eretto dove sorgeva il leggendario Faro, che raggiungiamo percorrendo il lungomare Midan Saad Zaghloul, sono già chiusi. Ritorniamo pertanto nuovamente nel nucleo storico della città, dove passeggiamo per l’animato suq Sorya in attesa di recarci a cena all'Old Street Restaurant.
Lunedì 23 febbraio - Dopo una notte in cui ha fatto la sua comparsa la pioggia che ha ulteriormente rinfrescato la già frizzante aria mediterranea, raggiungiamo il centro città per iniziare la giornata tra i rumori, le voci e gli odori del mercato del pesce di Al Midam, un luogo pittoresco che offre uno spaccato colorito della vita quotidiana della città. Passiamo buona parte della mattinata a girare tra bancarelle di pesce, di frutta e verdura ed altre che vendono animali vivi quali galline, oche e conigli. Il resto della giornata lo dedichiamo a ciò che non abbiamo potuto vedere ieri a causa della chiusura anticipata per il Ramadan; ci rechiamo alla Biblioteca Alexandrina, architettonico edificio dalla struttura futuristica che su undici livelli ospita oltre ai libri, una sezione museale e gallerie d'arte. Ci spostiamo alla moschea di Abu Abbas Al Mursi importante luogo di pellegrinaggio opera di un architetto italiano, per poi raggiungere il castello di Qaitbey costruito nel XV° secolo per difendere la città dagli attacchi turchi. L’ultimo trasferimento in auto è alla volta di Giza dove Claudia e Roberto ci lasciano in hotel; le nostre strade si dividono. Noi ci fermeremo ancora qualche giorno al Cairo mentre loro proseguono per l’area aeroportuale dove riconsegnano l’auto e pernotteranno in attesa del volo di rientro programmato per domattina.
Martedì 24 febbraio - Dopo la pace e la tranquillità del deserto, gli ultimi giorni di questo viaggio ci riportano alla confusione di una grande, turistica e trafficata metropoli come Il Cairo. Uscendo dall’hotel situato di fronte alle Piramidi, ci dirigiamo alla biglietteria; pur avendole già visitate in viaggi precedenti, abbiamo deciso di ritornarci ma alla vista della coda per l’acquisto dei biglietti, decidiamo di rimandare la visita ad un altro momento. Contattiamo un taxi e ci facciamo portare al GEM - Grand Egyptian Museum – il nuovo, grande museo inaugurato solo pochi mesi fa, a cui dedichiamo l’intera giornata. L’acquisto dei biglietti può avvenire solo on-line e sebbene obbligatoria, la procedura è ancora soggetta a qualche problema tecnico, per cui impieghiamo quasi un'ora prima di riuscire a completare la procedura di acquisto a causa dell’applicazione che si blocca in continuazione. Finalmente alle 10 riusciamo ad entrare ed oltrepassata la colossale statua di Ramses II che domina la hall, attraversiamo il foyer in cui sono presenti statue reali, colonne, obelischi, oltre al sarcofago di Thutmose I. Ci dirigiamo alle gallerie, dove nelle sale divise per epoche che coprono il periodo compreso tra la preistoria e l'epoca romana, sono esposti una miriade di oggetti, reperti storici e manufatti appartenuti alle diverse dinastie di Faraoni. Dopo aver ammirato statue, bassorilievi e preziosi oggetti unici, ci spostiamo nella galleria in cui è esposto l’intero tesoro di Tuthankhamon, oltre cinquemila reperti destinati ad accompagnare il Faraone per l'eternità, che costituiscono il corredo aureo ritrovato all’interno della tomba. Oggetti, sarcofagi, ornamenti e le diverse celle, di cui l’ultima in oro massiccio del peso di centodieci chilogrammi, che racchiudeva il sarcofago. Un visita interessantissima che ci ha impegnato ed ammaliato per sei ore, fino alle 16, orario di chiusura anticipata per il Ramadan; solo allora, raggiungiamo l’uscita per fare ritorno in albergo, che raggiungiamo a piedi, immergendoci nell’atmosfera genuina dei vicoli di Nazlet As Samaan, il villaggio a ridosso dell'area archeologica.
Mercoledì 25 febbraio - Alle 7.15 ci rechiamo alla vicina biglietteria per acquistare i biglietti d’accesso alle Piramidi. In un periodo normale sarebbe già aperta, ma durante il Ramadan, la chiusura viene anticipata e l’apertura posticipata, facendo così naufragare le nostre speranze di accedere al sito prima dell’arrivo delle comitive di turisti. Decidiamo pertanto di ritornare in hotel, dove ci gustiamo la prima colazione sulla terrazza con vista panoramica sulle Piramidi e di rimetterci successivamente in coda all’unico sportello aperto. Purtroppo la procedura per l’acquisto on line anche in questo caso si impianta e a noi, come ad altri turisti, non rimane che attendere pazientemente. Mezz’ora di coda, poi un’altra più breve all’ingresso e finalmente entriamo. Optiamo per un giro ad anello che ci permette di rivedere da vicino le tre grandi piramidi di Cheope, Chefrem e Micerino, le piccole piramidi delle regine, di salire ad un punto panoramico da cui la vista spazia sull'intera area, di ammirare la Sfinge e di essere nuovamente in hotel a mezzogiorno per il check-out. Ad attenderci Said, l’autista del taxi che ieri con la sua vetusta Lada 125 ci ha portato al GEM e che stamane abbiamo ricontattato per portarci nel centro de Il Cairo. Con una velocità ed una flemma d'altri tempi, costeggiando il Nilo, Said ci deposita in piazza Tahrir; lasciati i bagagli in hotel, ci dirigiamo alla stazione della affollatissima metropolitana con cui raggiungiamo Bab Al Shaarya, da cui proseguiamo a piedi per la città vecchia. Percorriamo Al Muizz, la stretta via che attraversa il quartiere di Al Qahira, l’originaria città medievale fortificata costeggiata da edifici d’architettura islamica per raggiungere il mercato di Khan Al Khalili, un labirinto di stretti vicoli e cortili nascosti dove i mercanti fanno affari dal XIV° secolo ed oggi affollato di turisti e da tantissimi cairoti. Una sosta al celebre caffè Fishawi attivo dal 1773 e ci dirigiamo alle moschee di Al Azhar, risalente all’anno mille, e di Al Ghouri già chiuse ai visitatori per le preghiere dei fedeli; proseguendo nella nostra camminata oltrepassiamo l’antica porta di Bab Zuweila fiancheggiata da torri di guardia e facciamo ritorno in hotel attraverso il quartiere di Al-Darb al-Ahmar le cui vie sono caratterizzate dalla presenza di botteghe artigiane dove il tempo sembra essersi fermato.
Giovedì 26 febbraio - Utilizzando la metropolitana, da piazza Tahrir raggiungiamo la stazione di Mar Girgis situata nel cuore di quello che è conosciuto come il quartiere copto in cui si trovano importanti edifici religiosi medievali. Ci dirigiamo subito alla suggestiva "Chiesa Sospesa", edificio del IX° secolo così chiamato perché eretto sopra la Porta dell’Acqua di epoca romana per poi varcare le mura della fortezza di Babilonia ed entrare all’interno del complesso copto dove ci rechiamo a visitare il convento femminile, la sinagoga di Ben Ezra e la chiesa dei santi Sergio e Bacco. Meta successiva, la Cittadella, che raggiungiamo affidandoci ad un giovanissimo autista di tuk-tuk, che con un'abilità impressionante si districa nel traffico cittadino. Ci rechiamo a vedere la moschea di Al Nasser, unico monumento mamelucco presente nella Cittadella e poi quella molto bella di Mohamed Alì che domina la città con le sue cupole ed i suoi minareti. Scendendo verso i quartieri sottostanti, attraversiamo una vasta spianata nata da recenti abbattimenti di vecchie case fatiscenti, ed attraversato un mercato raggiungiamo la moschea Hassan; pur essendo solamente metà pomeriggio non riusciamo ad entrare a causa della chiusura anticipata dovuta al Ramadan. Non ci resta che rientrare in hotel a piedi e lo facciamo passando per le moschee di Al Rifa-i e Tunbugha Al Mardidini ed attraversando il suq El Selah, così da poter assistere alla vita di un quartiere che si prepara, con il tramonto, alla fine del digiuno.
Venerdì 27 febbraio - Alle 8.30 ci troviamo con Ahmed, taxista contattato ieri, che con la sua auto, una Toyota, ci porta a Birqash, cittadina ad una quarantina di chilometri dal Cairo, dove si tiene il suq al gamaal, la fiera per la compravendita di cammelli provenienti da Nubia e Sudan, che raggiungiamo dopo circa quaranta minuti di strada quasi deserta, essendo oggi giorno festivo. Il mercato, un delirio di polvere e urla, è molto bello e completamente diverso da quelli visiti finora; è tuttavia uno spettacolo per stomaci forti a causa dello stupido comportamento di molti uomini che maltrattano e picchiano, con violenza e cattiveria, i poveri animali, provocando loro anche ferite sanguinanti. Pur con l’ignoranza e la malvagità di queste persone resta comunque un mercato affascinante, estremamente diverso e folkloristico, grazie alla presenza di uomini nubiani dai tratti somatici assai diversi che indossano ancora la galabeya, la tradizionale tunica egiziana. Giriamo per il mercato per circa un’ora e mezza prestando attenzione a quei cammelli che innervositi da urla e bastonate riescono a liberarsi dai legacci alle zampe mettendosi a correre nella polvere inseguiti da chi li deve accudire. In tarda mattinata facciamo rientro al Cairo e nel pomeriggio a piedi raggiungiamo la bella moschea-madrasa del Sultano Hassan, pregevole capolavoro del periodo mamelucco, che ieri stava chiudendo, per poi recarci alla Città dei morti, Bab El Wazir, enorme cimitero dove mausolei e tombe sono state trasformate in case in cui vivono intere famiglie, che a partire dalla guerra arabo-israeliana del 1967 hanno gradualmente occupato l’area nel corso dei decenni. Quindi passando dalla moschea Blu, così chiamata per le piastrelle che adornano la parete di fondo, attraverso quartieri popolari che pullulano di laboratori artigianali facciamo ritorno in hotel.
Sabato 28 febbraio - Alle 8.30 ci ritroviamo nuovamente con Ahmed con cui abbiamo concordato il trasporto in aeroporto. Il traffico mattutino è molto scarso e scorrevole ed in poco più di venti minuti raggiungiamo il terminal 3 dell’aeroporto internazionale. Superati dogana e controllo passaporti non ci resta che attendere la partenza del volo Egyptair previsto per le ore 13. Quattro ore di volo tranquillo e le dune di sabbia sono solo un ricordo; siamo nuovamente in Italia.
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